GEAPRESS – L’ultimo provvedimento in tema di contenimento dei cinghiali è stato adottato dalla Provincia di Asti. Per potere uccidere i grossi suini appartenenti a varità centroeuropee introdotte alcuni decenni addietro per uso venatorio, verranno armati anche gli agricoltori. Se in possesso di licenza uso caccia, naturalmente. Quello che sorprende, però, è la richiesta che avrebbe indotto la Provincia ad attuare in via sperimentale il singolare provvedimento. Secondo le associazioni degli agricoltori, i cacciatori in squadra attuerebbero una gestione utilitaristica del cinghiale. Ovvero non ucciderebbero abbastanza (sic!) con lo scopo di mantenere sempre disponibile una popolazione di cinghiali da abbattere. Non è dato sapere quali studi sono stati condotti, da una parte come dall’altra. Di sicuro, ancora una volta, la ricetta è ammazzare sempre di più.

Quello che però si va da tempo evidenziando, è come la caccia non sia la soluzione del “problema” cinghiale ma bensì la sua causa. Più volte la stessa LAC Piemonte, con il suo coordinatore Roberto Piana, era intervenuta in tal senso, accusando la scelta della gestione venatoria del cinghiale perchè utile ai cacciatori. Sebbene da punti di vista diametralmenti opposti, l’accusa è la stessa degli agricoltori astigiani.

Eppure, fanno presente alla LAC, uno studio pubblicato su Animal Ecology a firma di S.Servanty ed altri autori, ha rilevato come le aree dove intensamente viene praticata l’attività venatoria al cinghiale, presentano in realtà popolazioni selvatiche ben più floride rispetto a quelle a minor densità di cacciatori. Il fenomeno, secondo lo studio durato ben 22 anni, sarebbe dovuto allo scompenso nella struttura sociale del cinghiale, arrecata proprio dalla caccia. In particolare il dato più sorprendente è l’abbassamento dell’età nella quale i giovani maschi riescono ad accoppiarsi. Inoltre, dopo le falcidie delle cacce autunnali ed invernali, i sopravvissuti avranno a disposizione un quantitativo di cibo maggiore. Secondo gli autori di un secondo studio pubblicato in Germania nel gennaio 2009, gli animali meglio nutriti si riprodurrebbero più presto in primavera generando, così, una discendenza più numerosa .

Il danno si amplifica ulteriormente, quando viene uccisa la femmina dominante. Fatto frequente nella prima area dello studio francese, ovvero quella con maggior numero di cacciatori, nel dipartimento Haute Marne. Non solo il gruppo di cinghiali, non più tenuto dalla femmina, si disperde nei campi, ma l’estro delle femmine più giovani o comunque non dominanti avviene in maniera non più sincrona (come quando, invece, in presenza della capobranco) e più volte l’anno. Più cucciolate, insomma.

Nel territorio dei Pirenei dove è stata esaminata la seconda area (quella, cioè, a minor presenza dei cacciatori) i cinghiali non solo sono in minor numero ma raggiungono la maturità sessuale con un peso corporeo medio maggiore rispetto al dipartimento Haute Marne.

Anche secondo il Prof. Josef H. Reichholf, fanno sapere sempre dalla LAC, che dirige la Sezione dei Vertebrati del Museo Statale Zoologico di Monaco di Baviera, è da ritenersi che la caccia causi una più intensa moltiplicazione degli animali selvatici rispetto alle condizioni naturali. Conferma che arriva addirittura anche dagli ambienti venatori. Norbert Happ, il più noto conoscitore tedesco dei cinghiali, cacciatore egli stesso, avverte: “L’aumentata riproduzione è causata dall’uomo“. “Relazioni sociali disordinate con estri non coordinati e moltiplicazione incontrollata sono da imputare esclusivamente all’esercizio della caccia“, scrive Happ nella rivista venatoria “Wild und Hund”.

Peccato. Se non venissero impallinati, e magari di più studiati, non solo soffrirebbero in minor misura ma ci sarebbero maggiori risultati per l’ambiente

© Copyright GeaPress – Tutti i diritti riservati