GEAPRESS – Il Direttore del Parco Regionale delle Alpi Apuane fa ora appello alle Associazioni venatorie, con il quale il Parco ha già collaborato, affinché diano il loro contributo per fare luce sul grave episodio di bracconaggio occorso nel Parco Regionale. Una minoranza, secondo il Direttore del Parco, che non rispetta le regole e per questo da isolare e condannare. Di sicuro a rimetterci le penne è stata un’Aquila reale, tornata a morire dove era nata e cresciuta. Colpita dalla rosa mortale di pallini, si è indirizzata verso la Pania Secca. Forse ha cercato un riparo e lì è morta.

Secondo i Guardiaparco è probabile che il maschio di Aquila reale facesse parte della coppia più meridionale delle Alpi Apuane. Un angolo del mondo, dicono al Parco, vietato alla caccia. I Guardiaparco che monitorano la zona, infatti, avevano notato come nella scorsa primavera fosse avvenuta l’interruzione della nidificazione. Un legame spezzato, ancora senza movente, ed in procinto di cicatrizzarsi con l’arrivo di un immaturo di aquila reale che aveva evidentemente trovato libero quel territorio libero. Poi, agli inizi di agosto, il ritrovamento dei resti dell’aquila. Il tutto è avvenuto a 1400 metri di quota quando, proprio da quelle parti, si è ritrovato a passare un appassionato della montagna. Un luogo difficile, che ha costituito, forse, l’estrema nicchia dove la povera aquila si è andata rifugiare prima di morire. Per recuperarla, nei giorni successivi, è dovuto intervenire il Club Alpino Italiano.

Gli esami veterinari hanno svelato la causa della morte. Dalla radiografia (nella foto dell’Ente Parco) si evince la presenza di numerosi pallini di piombo. Alla povera aquila hanno sfondato cranio, torace e ossa delle ali. L’area del ritrovamento, dicono al Parco, non dista molto dal confine. Dunque, non è da escludersi che quel colpo di fucile sia stato esploso fuori dal Parco e l’aquila, ormai mortalmente ferita, sia andata a posarsi con il suo ultimo volo, proprio nel luogo ove era nata.

Il Parco, anche al luce del fatto che in quel periodo l’attività venatoria è vietata, esclude l’errore. L’uccisione dell’Aquila, è stata voluta. La specie è protetta, ricorda il Direttore del Parco Antonio Bartelletti, anche fuori dai confini dell’area protetta, ma la legge non può niente quando si desidera un trofeo da esibire o si vuole punire un animale ritenuto dannoso.

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