GEAPRESS – Non piove stamane nella Sicilia nord orientale, ma l’allarme meteo rimane. Il blocco anticiclonico nell’Europa orientale rallenta lo spostamento verso levante, del minimo barico posizionato in questi giorni tra il basso tirrenico e lo ionio.

Ancora troppo presto per la conta dei danni, mentre il numero delle vittime sembrerebbe ormai confermarsi in tre persone, tra cui un bambino di dieci anni, travolte dalla frana di Saponara. Una bomba d’acqua che ha colpito un’area ben localizzata nell’estremità tirrenica orientale della Sicilia.

Se lo stesso diluvio colpiva il versante dello Stretto di Messina – dice Anna Giordano, responsabile del WWF Italia – non so cosa sarebbe successo. Basta vedere come sono stati tombati i torrenti, per capire come l’acqua avrebbe potuto invadere zone ancor più densamente abitate rispetto alla costa tirrenica“.

Qualche preoccupazione per il Centro di Recupero Fauna Selvatica di Colle San Rizzo, nella alture sopra Messina, dove però la pioggia quasi non si è vista. A poche centinaia di metri in linea d’aria, il diluvio.

Stessa considerazione per il confine opposto della bomba d’acqua.

A Patti – riferisce a GeaPress Marina De Liguori, Responsabile LIDA – è stata una normale giornata autunnale, cielo coperto, ma niente faceva pensare che ad una quindicina di chilometri veniva giù quell’inferno d’acqua“.

Nel pomeriggio di ieri i volontari della LIDA hanno partecipato alle operazioni di soccorso del rifugio sommerso dall’onda fangosa di contrada Cavaliere a Saponara. I cani sono stati cercati fino alla foce del torrente, sperando di scorgere qualcosa tra le onde del mare divenuto colore acciaio. Tonnellate di sedimenti fluviali e pendii incoerenti, come è nella natura ancora troppo giovane dei Monti Peloritani. Al posto del rifugio c’è ora un baratro. Da lì si è staccata la fetta di collina che ha portato chissà dove i quindici ospiti, tutti randagini salvati dalla strada e curati da Giovanni Vicari Responsabile provinciale delle Guardie per l’Ambiente di Messina. Erano le 23.00 di martedì, quando Giovanni Vicari, intuendo che le cose stavano volgendo al peggio, si è recato al rifugio. Sotto la violenta pioggia ha aperto le porte dei recinti. Una si era bloccata e non è stato facile, in quelle condizioni, riuscire ad aprirla. I cani, però, non volevano abbandonare il posto. Alcuni sono riusciti a scappare, altri sono stati trovati ancora nelle cucce sommerse dal fango.

La forza delle disperazione che, però, non è riuscita a salvare neanche Pongo. Nessuno l’aveva voluto in adozione e Giovanni l’aveva tenuto con sé, ormai da dieci anni. Su una quindicina di ospiti della piccola struttura, sono stati recuperati finora i corpi di tre cani. Poi altri sei, già ieri, sono stati trovati vivi, due dei quali sotto lo strato dei sedimenti depositati dalla piena dal fiume. Un settimo cane, terrorizzato, è apparso alle prime luci dell’alba di oggi. Chissà gli altri. Tutti i superstiti sono stati trasferiti presso il rifugio della LIDA di Patti i cui volontari, nel pomeriggio, torneranno a scavare tra i disastri lasciati dal torrente Saponara. Ora si dovrà pensare che tipo di aiuti sono opportuni. Il rifugio non c’è più. E’ tutto da ricostruire. Niente è rimasto in piedi. La furia dell’acqua ha portato a valle quello che ha incontrato.

Ieri, il Presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, ha parlato di eventi meteorici eccezionali che però si ripetono ormai frequentemente. Il territorio, ha aggiunto il Presidente, è fragile ed occorre decementificare. Già, perchè oltre alla particolare orografia dei monti Peloritani, con le sue valli strette e i pendii spesso incoerenti, c’è stata l’aggressione selvaggia dell’uomo. In alcuni casi anche storica perchè, in pochi lo dicono, ma alcuni paesi non dovevano mai essere costruiti in quelle valli.

L’immancabile torrente tombato ed il torrente esondato a Barcellona Pozzo di Gotto, così si è espresso il Responsabile della Protezione Civile Gabrieli. Giusto, ma perchè si scopre quasi casualmente che milioni di tonnellate di terra di scavo del ponte sullo Stretto di Messina saranno ammassati proprio dove rischia di venire tutto giù? Sapete come hanno chiamato le discariche? Siti di recupero ambientale!

In poche settimane di alluvioni, sono ormai una trentina le vittime sparse per l’Italia. Dalla lunigiana allo spezzino, poi Genova, ora la Sicilia. Eppure, ricorda il WWF, le Amministrazioni comunali, le Province, le Regioni, lo Stato sanno perfettamente quale sia il livello di rischio del proprio territorio. Almeno fin dal 2003 si sa che in Sicilia 206 comuni su 272 hanno aree a potenziale rischio idrogeologico. Ed invece, denuncia il WWF, si sente ancora parlare di condono, che renderebbe inattaccabili anche gli abusi edilizi messi in atto in zone a rischio.

Congiuntamente ad una grande e diffusa azione di informazione presso i Comuni e i cittadini, quello che occorrerebbe, sempre secondo il WWF, è un controllo sulla presenza dei Piani di protezione civile nei Comuni, con particolare riferimento alle zone a più alto rischio. Nel caso, intervenendo con poteri commissariali laddove questi non siano presenti o non siano stati applicati. Occorre, inoltre, un’azione di rinaturazione. Riportare, ove ancora possibile, gli equilibri più stabili della natura rispetto alle schizofrenie cementizie dell’uomo.

Stamani, nelle zone del messinese alluvionate, sembra tutto tranquillo. Tranne il territorio, violentato e devastato dalla furia dell’alluvione.

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