riccio
GEAPRESS – Immerso vivo  in acqua bollente. Il povero riccio di bosco viene poi prelevato, scuoiato e fritto. Succede in Emilia Romagna, Abruzzo e Molise ed è questa la fine imposta da un piatto della nostra tradizione culinaria ovviamente vietato dallo legge.

Il riccio bollito vivo, fa parte di una delle tante ricette proibite riassunte in un interessante articolo di Luisa Lauricella, Assistente Capo del Corpo Forestale dello Stato, pubblicato nel numero di marzo/aprile del periodico  “Il Forestale”.

Il povero riccio finito bollito rappresenta così l’orrore causato dal bracconiere che si avvale, per i suoi guadagni, di ristoranti compiacenti. Il tutto, però, è alimentato dal  “gusto del proibito” tipico  di clienti con voglia di trasgressione.

Una fine dolorosa cha accomune la morte di tanti altri animali. E’ il caso, ad esempio, di pettirossi e tordi del Veneto e delle valli del bresciano. Una morte oltretutto lunga che arriva con gli “archetti” ed i  “lacci” che causano  sfinimento, stenti e compressione.

E che dire dei ghiri altrettanto orrendamente uccisi, come gli scoiattili di cui “filetto” calabrese? Orrori per gli animali e danni per la natura, come nel caso dei “datteri di mare”, ovvero superprotetti molluschi bivalvi che finiscono ancora in zuppe e primi piatti. Per poterli prelevare si distrugge a colpi di martello il fondale roccioso.

Un fenomeno, quello dei “piatti proibiti” che, ad avviso dell’Assistente Capo,   produce i suoi guadagni. In periodo di crisi, però, le cose si complicano ulteriormente.

Una sfida contro la legalità ed una continua lotta tra guardie e ladri. “D’altronte – scrive nel suo articolo Luisa Lauricella – se gli appostamenti per cogliere sul fatto un bracconiere possono durare ore o anche giornate intere, invece il cacciatore di frodo riesce a collocare nel bosco un gran numero di mezzi di cattura in poco tempo e con un  dispendio economico quasi totalmente irrelevante“.

Alla base, però, c’è sempre da appagare la voglia di trasgredire; per terra come per mare. Che dire del filetto di delfino svelato dal noto servizio televisivo de “le Iene”? Mangiato presso alcuni ristoranti compiacenti della riviera laziale ma con probabili collegamenti in altre regioni d’Italia. Il sospetto va alla Liguria perchè era proprio quella la zona dove poter trovare la vietatissima carne di delfino.

Danni per gli animali ma anche per l’intero ecosistema. Questo succede quando la consistenza numerica di una specie diminuisce o addirittura si porta sull’orlo dell’estinzione.  La popolazione selvatica dell’anguilla, ad esempio, ha registrato un  crollo dell’80% e questo è avvenuto anche a causa della cattura delle “ceche”. Si tratta, in questo caso, dello stadio giovanile dell’anguilla, ovvero quelle provenienti dal mar dei Sargassi, ove si riproducono, ed in  risalita verso i nostri fiumi ed in generale le acque interne. Le ceche sono mangiate in provincia di Pisa , in un piatto, riferisce sempre il l’Assistente Capo della Forestale, “servito in sordina come una peculiarità“.

Appetiti che vanno oltre ogni buon senso e vietati dalla legge, ma contro i quali sono molto importanti le scelte individuali.

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