Per capire quanti zoo ci sono oggi in Italia, bisogna prima capire cosa è uno zoo. La prima definizione normativa è arrivata solo nel 2005 quando l’Italia ha recepito una Direttiva europea vecchia di sei anni. Lo zoo è ben più antico, forse c’è da quando l’uomo ha deciso di porre fine alla vita nomade. In tempi storici recenti lo zoo è stato “coloniale”. Serviva ad esporre animali (ed a volte anche uomini) catturati nelle colonie. Finite le colonie lo zoo iniziò a perdere la sua storica identità (ossia meravigliare la morbosa curiosità del visitatore, in genere a pagamento) ed iniziò un declino che sembrava inesorabile. Molti continuarono a vivacchiare essendo prevalentemente sostenuti da finanziamenti comunali.

Sul finire degli anni settanta gli zoo iniziarono a sfruttare alcune specie nel frattempo divenute rare e solitamente utilizzate per accoppiamenti e scambi con altre strutture. Furono riesumate tecniche detentive che fingevano di ricreare, tramite abile scenografia, piccoli scorci di ambienti naturali. L’animale sembra senza barriere, in realtà abilmente occultate. Fossati non visibili, cavi elettrici nascosti, ampie vetrate. Il visitatore, per provare l’oppressione della cattività, non ha più a disposizione visibili brutture, quali le barre metalliche. Per sentire la prigionia dovrebbe entrare negli spazi degli animali. Le specie divenute rare si trasformarono nei gioielli di auto prodotti programmi di salvaguardia di animali rari. Potevano così essere scambiati o venduti senza troppe complicazioni etiche, anche se il ritorno in natura, in campo mondiale, è praticamente nullo rispetto  ai milioni di animali (ivi compresi quelli della cattività acquatica) che patiscono la prigionia.

Lo zoo è così rinato e si è autodefinito bioparco. Molti animali continuano a pervenire dalla natura (ad esempio moltissimi rettili, ma anche grandi mammiferi come elefanti o giraffe) ma quello che apparirà saranno i progetti che, a modo loro, gli zoo definiscono di difesa della biodiversità.

Questa filosofia ha permeato i lavori della Commissione Europea che ha partorito, nel 1999, una discutibilissima direttiva sui giardini zoologici. Essa rappresenta uno dei più evidenti fallimenti delle politiche animaliste, considerato anche che la lobby parlamentare fu fatta dalla EAZA, l’Unione Europea Giardini Zoologici ed Acquari.  In Italia è definita ex legge zoo, la struttura che espone al pubblico animali  per almeno sette giorni all’anno. La legge, entrata in vigore con un Decreto legislativo del Ministero dell’Ambiente, è stata già più volte manomessa, sempre a favore degli zoo.  Sono stati scardinati i concetti base, tra cui quello relativo ai tempi di rilascio della licenza, ed ancora oggi molti  decreti di licenza sono, bene che vada, in fase di rilascio. La licenza è poco vincolante, perchè la biodiversità si può difendere sostanzialmente a parole. Vi è stata una procedura di infrazione dell’Unione Europea (la direttiva impone la chiusura degli zoo che non difendono la biodiversità, l’Italia invece non li considerava zoo e pertanto potevano fare quello che volevano). Sono stati emanati alcuni allegati su taluni criteri di detenzione che non fanno paura  a nessuno. Il Ministero non sapeva neanche quanti zoo ci fossero in Italia, avendo rilasciato un risibile elenco di strutture. Il risultato è  che gli zoo, in Italia, stanno aumentando. Ne aprono ancora, taluni gestiti da circensi che si inventano, come altri zoo, addirittura  nuove specie (come la tigre ed il leone bianco). Tutti o quasi si chiamano bioparchi e tutti a parole o riempendosi le gabbie di animali rari (su questo sono bravissimi) dicono di difendere la biodiversità. Nessuno sa quanti ce ne sono. Probabilmente il vecchio numero di un centinaio di strutture va rivisto, grazie alla legge zoo.