I gestori degli zoo stanno in genere ben attenti a definirsi tali. Questo perché la figura dello zoo era diventata sinonimo di sofferenza, sofferenza soprattutto visibile. Un animale ridotto in spazi angusti, senza arricchimenti ambientali, senza relazioni sociali tipiche della specie di appartenenza, manifesta più direttamente il suo malessere. Movimenti stereotipati, noia, automutilazione, è questo il repertorio più noto degli stadi di alienazione indotti da uno zoo.

Il benessere di una specie animale è pienamente appagato nel suo ambiente naturale. Un leone, ad esempio, intrattiene con i suoi simili complesse relazioni sociali, necessita di spazi enormi e, come tutti gli animali, interagisce con individui di altri gruppi ad esempio tramite il possente ruggito. Una tigre, più tipica di ambienti forestali e comunque squisitamente solitaria, interagisce lo stesso con i suoi simili. Utilizza segnali odorosi, solo per lei significativi, delimita e difende il territorio e interagisce, al momento opportuno con le femmine per la riproduzione. Per un elefante, animale sociale, la comunicazione può avvenire tramite onde sonore inavvertibili dall’uomo, che riescono a propagarsi, anche grazie al terreno, a parecchi chilometri di distanza.

Al leone, come per la tigre e l’elefante sarà riservato in uno zoo più o meno lo stesso spazio di poche decine di metri quadrati. I gestori dei “nuovi” zoo, oltre a fare scomparire le barriere di un certo impatto per il visitatore, avranno avuto cura (quando lo fanno …) di inserire nel micro spazio elementi di gioco o piccoli escamotage per rendere meno monotona la prigionia. I movimenti rediretti rappresentano, ad esempio, uno dei problemi comportamentali più comuni generati dallo zoo. Possono essere causati dall’innata continua ricerca del cibo, fino al punto che l’animale in cattività li ripeterà senza alcun significato pratico. Basta nascondere il cibo in più nascondigli e nell’animale (finchè non avrà svelato tutti i trucchetti) è meno probabile che insorgeranno movimenti rediretti dovuti alla ricerca del cibo. Gli aspetti più opprimenti della cattività saranno stati così occultati con l’impiego di minimi interventi etologici. E’ la scienza del comportamento finalizzata al mantenimento espositivo di un animale nello zoo. Questo per il tempo medio di permanenza di un visitatore, in genere pochi minuti. L’animale, in effetti, compierà gli stessi movimenti ma in un arco di tempo  più ampio. Provate ad osservare per un’ intera giornata un animale costretto dalla cattività e poi ne riparliamo.

Stiamo ovviamente parlando delle strutture migliori, ossia di quelle che sono riuscite a mascherare, per il visitatore, le degenerazioni comportamentali più comuni della cattività animale.  La realtà, infatti, è molto meno sofisticata di quello che sembra ed oggi moltissime strutture di giardino zoologico espongono gli animali in situazioni non dissimili dal serraglio ambulante di un circo equestre.

Per capire il ritardo con il quale si è cercato di porre rimedio ai più comuni errori di mantenimento di un animale nello zoo, basti sapere che solo con gli allegati della legge zoo, datata 2005, è stato deciso che gli animali dovranno avere una adeguata dieta. L’obesità, però, continua a rimanere uno dei problemi più comuni degli animali negli zoo, così come i problemi articolari dovuti alla pessima e continuata erronea postura indotta da spazi comunque ristretti. Negli zoosafari, poi, il minimo riferimento territoriale che un animale tenta di individuare negli spazi nei quali è costretto a vivere, è continuamente violato da intrusi umani motorizzati. La legge lo consente così come è stato appositamente prevista l’esibizione degli animali durante il pasto. In compenso la legge sui giardini zoologici, per tutelare gli animali, vieta di fumare nelle strutture. Cosa senz’altro giusta per la salute umana, ma ci sforziamo di capire come una sigaretta possa essere di qualche incidenza per la narice di un leone al di là di parecchi centimetri di vetro blindato che ne espone la sua prigionia a vita.