delfino forestale
GEAPRESS – Un punto fermo, almeno per ora, sul destino dei delfini sequestrati a Rimini, è stato posto. Il Tribunale del Riesame, confermando il sequestro, ha oggi stabilito che le motivazioni della misura cautelare erano sufficienti. Il delfinario potrà ricorrere in Cassazione, ma è pur vero che l’impegno, non solo materiale, per trasferire quattro delfini non è da poco.

Anzi, vale la pena ricordare che in Italia i trasferimenti dei delfini ci sono già stati ma stranamente non vengono additati, come in questo caso, tra i possibili fattori di stress. Sono quelli dei delfini che i delfinari si scambiano tra loro. Dalla riviera romagnola alla provincia di Brindisi, ad esempio. Oppure a Genova e ritorno, come già successo. La particolarità, vera, di questo trasferimento è che trattasi del primo messo in atto a seguito di un intervento della Magistratura. A sottolinearlo a GeaPress, è il Commissario Capo del Servizio Cites Centrale del Corpo Forestale dott.ssa Irene Davì che riferisce proprio “del primo esempio di tal genere, forse non solo per l’Italia“.

Nel comunicato del Corpo Forestale dello Stato, diffuso oggi dopo la notizia pervenuta dal Tribunale del Riesame, si evidenzia subito la “validità dei provvedimenti assunti dalla Procura di Rimini a seguito delle indagini svolte dal Corpo forestale dello Stato“. In altri termini, sostiene sempre il Corpo Forestale, sussistono tutti gli elementi utili ad ipotizzare il reato di maltrattamento ai danni dei 4 tursiopi sequestrati tra il 13 e il 14 settembre scorso.

Riferire di “ipotesi di reato” è d’obbligo, dal momento in cui solo la Magistratura giudicante può infine affermare se quel reato, nel nostro caso di maltrattamento, è stato compiuto oppure no. Di certo il Tribunale del Riesame ha trovato valide le motivazione alla base del provvedimento. Viceversa non avrebbe respinto l’istanza di dissequestro avanzata dai legali del delfinario. Una conferma che, ad avviso del Commissario Capo Davì, si pone, oltre che sul piano giuridico, anche su quello tecnico. “All’ipotesi di reato – riferisce la dott.ssa Davì – si sono infatti affiancate le relazioni degli esperti“. Queste, per ora, hanno retto ed il passo non è da poco.

Secondo il comunicato del Corpo forestale dello Stato le motivazioni dell’Ordinanza del Tribunale del Riesame hanno riferito di “inadeguatezza della struttura rispetto alle particolari necessità ed esigenze della specie”. Pesanti conclusioni anche sulla presunta mancanza nella “gestione sanitaria e medico veterinaria degli esemplari mediante interventi non qualificati e non competenti“. Una situazione che nel complesso avrebbe comportato un’alterazione all’integrità psico-fisica degli animali. Poi il passo più grave ovvero sulla ipotizzata consapevolezza da parte dei responsabili “di detenere animali con modalità produttive di sofferenza“. Il passaggio è fondamentale. Il reato di maltrattamento, si potrebbe infatti basare su questa presunta consapevolezza. Occorre, in altri termini, una ipotesi di dolo. Negligenza ed incuria, sono condotte colpose e purtroppo non sono considerate nei reati di maltrattamento ed uccisione di animali.

Già alcuni anni addietro, un altro procedimento penale aveva interessato un delfinario italiano. Si trattava di una precedente gestione della vasca di Gardaland, in provincia di Verona. Allora, nel nostro Codice Penale, era contemplato il solo semplice reato di contravvenzione di cui al vecchio articolo 727 del Codice Penale. La pesantissima accusa formulata da eminenti esperti, servì solo a produrre l’oblazione da parte degli allora responsabili della struttura che in tal maniera portarono il reato all’estinzione. Si trattava di poche centinaia di migliaia di lire. Una cifra ridicola, per una struttura dalla veloce capitalizzazione. Ora la situazione è un po’ diversa e comunque, come sottolineato dalla dott.ssa Davì, non era mai avvenuto un intervento di questo tipo (trasporto compreso) per l’ipotesi di maltrattamento.

La destinazione scelta ha lasciato un po’ perplessi molti animalisti. In fin dei conti i quattro delfini sono andati nella struttura dell’Acquario di Genova. Situazioni comunque diverse, tali da motivare il trasferimento, ma comunque una previsione alternativa, allo stato, era ardua.

Il trasferimento dei delfini presso l’Acquario di Genova, assicura il Corpo Forestale dello Stato, è stato eseguito utilizzando quattro specifiche “unità di trasporto per cetacei” posizionate nel vano di carico di un idoneo automezzo isotermico, secondo una procedura conforme agli standard previsti dalla legge, in ambiente controllato e a temperatura dell’acqua costante di 23-24 °C. “Sono stati costantemente sotto controllo – spiega il Commissario Capo Davì – Li abbiamo seguiti fin dal primo momento e fino a che sono stati nelle vasche a loro destinate, ma soprattutto c’erano i Veterinari. Non c’è mai stato un momento critico, ma anche per la particolare situazione di quei delfini, abbiamo voluto accertare direttamente tutti i passaggi. Da quelli antecedenti al prelievo, fino alle vasche di Genova“.

Una volta a destinazione i 4 delfini sono stati alimentati e sottoposti ad ulteriori indagini cliniche, alcune delle quali sono ancora in corso, necessarie per garantirne la corretta gestione. Nei primi giorni dopo l’arrivo, i delfini sono apparsi fin da subito sensibili agli stimoli esterni e hanno mostrato un comportamento di allerta, tipico della fase di adattamento, dice sempre il Corpo Forestale dello Stato. Dopo due settimane di permanenza a Genova, le femmine “Alfa”, madre degli altri tre esemplari, e “Luna” non presentano problematiche di particolare rilevanza.

“Sole”, maschio di 18 anni, denota oggi un buon livello di adattamento al nuovo ambiente, anche se più lento rispetto alle femmine. La Forestale ipotizza che tale lentezza possa essere dovuta alla somministrazione prolungata di ormoni cui sarebbe stato sottoposto fino ad oggi.

Il piccolo “Lapo”, maschio di 6 anni, ha un comportamento diverso rispetto agli altri tre. Il delfino, infatti, appare eccessivamente legato alla madre e non sufficientemente autonomo. La Forestale sottoliena a questo proposito l’anomalo allattamento prolungato fino alla sua età. Una situazione a quanto pare già nota prima del trasferimento all’Acquario. Anche per lui si è pensato che il ritardo nell’adattamento potrebbe ricondursi all’ipotesi di eccessiva somministrazione di ormoni, oltre che al mancato svezzamento.

Anche per questo la permanenza nella nuova struttura consentirà, ultimata la fase di adattamento, di eliminare gradualmente l’impiego di farmaci nella gestione degli animali. Una situazione molto particolare, dunque, che andava rigidamente controllata.

C’è un aspetto, però, che ha colpito questa operazione della Forestale. Si tratta delle critiche, a volte apparse quasi veementi, rivolte anche al Corpo Forestale. Quanto successo, non riguardava una polemica tra commercianti di animali e animalisti. A Rimini è intervenuto un Corpo di polizia che rappresenta lo Stato. Un’Autorità in divisa, insomma, per la quale è sembrato venir meno il riguardo dovuto. La dott.ssa Davì, rimane però nel suo ruolo e circa la polemica riferisce che si è trattato solo di fenomeni a carattere locale. “Forse l’indotto economico e quanto l’immagine del delfinario ha rappresentato per Rimini ed in generale per il comprensorio – spiega il Commissario Capo del Corpo Forestale dello Stato – Più interlocutori che nel complesso possono avere contribuito ad alzare i toni, ma è rimasto tutto in ambito locale“. Capita sempre così? Forse no, ma il colpo è stato grosso e l’impatto sui media , sempre localmente, è apparso pesante. Ci sarà una ragione giuridica, una scientifica ed un’altra morale. “A livello nazionale – conclude il Commissario Capo Irene Davì – abbiamo registrato una accoglienza positiva”.

Lo Stato che ha portato avanti il sequestro, per ora, ha vinto. Speriamo che venga confermato nei successivi passaggi che si spera possano costruire valida giurisprudenza. Per Rimini e non solo.

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