lupo majella
GEAPRESS – Sono già state diramate le disposizioni per mettere in campo tutti i sistemi di controllo utili per individuare il responsabile della morte del lupo comunicata ieri dal Parco Nazionale della Majella. A riferirlo è il Direttore del Parco Oremo Di Dino.

Il fatto, come è noto, ha riguardato il ritrovamento di un lupo  di circa tre anni (nella foto del Parco Nazionale) in zona Sant’Elia, nell’area comunale di Caramanico Terme (PE). Il lupo è morto strangolato da una trappola per cinghiali, ovvero un laccio-cappio in cavo metallico disposto lungo i camminamenti soliti degli ugulati. Un animale radiocollarato nell’ambito del Progetto WolfNet e controllato nelle sue abitudini dal personale tecnico del Parco e dal CTA operante nell’area protetta.

Chi era in realtà il lupo ucciso dal cappio?

Si trattava di una maschio che spesso si allontanava dal branco. Un comportamento solito per i giovani di quell’età. “In questo caso – riferisce a GeaPress il dott. Simone Angelucci, Veterinario del Parco della Majella –  tendono a spostarsi dai luoghi occupati dal branco – e può così capitare che l’animale si trovi a frequentare aree più esposte ad incidenti stradali o ad altri rischi come quello accaduto a Caramanico Terme”.

Tre anni addietro, riferisce sempre il Medico Veterinario del Parco, un analogo fatto era occorso ad una lupa, anch’essa radiocollarata con sistema GPS. Il cavo metallico, rimase però tra le zampe anteriori ed il collo del malcapitato animale. Il segnale proveniente dallo stesso punto e la morsa ancora non letale, consentirono di salvare la lupa. Purtroppo per il giovane lupo non c’è stato nulla da fare. “Nonostante il pronto intervento – spiega il dott. Angelucci – la trappola aveva provocato una morte veloce“. Quando un animale rimane bloccato dal cavo d’acciaio, tenta di scappare e così facendo se preso alla zampa può procurarsi dolorose mutilazioni o necrosi, oppure soffocamento quando il nodo scorsoio stringe sul collo. Se la presa è addominale, può invece verificarsi la rottura del diaframma.

In tutto, nell’area del Parco della Majella, dovrebbero essere presenti una novantina di lupi divisi in nove branchi. Il monitoraggio attuato grazie al progetto WolfNet, sta consentendo di ricavere informazioni molto importanti che servono anche a mitigare l’impatto con le attività umane. I radiocollari attualmente in funzione (con il tempo tendono a scaricarsi) sono inseriti su individui appartenenti a quattro diversi branchi che appaiono particolarmente significativi per le informazioni che stanno fornendo.

Negli anni il personale di Vigilanza ha eliminato numerose trappole. Basta però che ne sfugga anche una per il verificarsi di gravi episodi come quello del lupo di località Sant’Elia.

Nel Parco – riferisce a GeaPress il dott. Angelucci – è operativo un gruppo specialistico costituito sia dal personale del Corpo Forestale che assolve alle funzioni di Polizia Giudiziaria, che da quello tecnico del Parco. Questa sinergia è molto importante. Abbiamo sviluppato misure di accertamento che consentono di potere intervenire con efficienza anche per il futuro lavoro di prevenzione. Dati che agevolano anche il lavoro del Magistrato al quale viene consegnato  un rapporto definito“. In tal maniera è possibile chiudere la fase inquirente in tempi più rapidi . “Un fatto – sottolinea il Medico Veterinario – che con la fauna selvatica non avviene sempre”.

Quali, però, i principali pericoli per la fauna?

L’esperienza maturata in campo generale, al di là della situazione della Majella, sembra additare gli avvelenatori, come nel caso di alcune “faide” che possono sorgere tra chi ha interesse in un certo territorio. Proprietari di cani da tartufo, ad esempio, oppure gli stessi bracconieri. Anche questi ultimi utilizzano mezzi non selettivi, come nel caso delle trappole in genere piazzate per gli ungulati. Un fenomeno che, secondo il dott. Angelucci, ha una base sociale eterogenea e per questo non sempre facile da scremare ed identificare.

Vi è poi un altro problema, ovvero quello dei cani cosiddetti randagi. Un mese addietro, ad esempio, è stato trovato morto un cucciolone di lupo di circa otto mesi di vita. Sul corpo aveva chiaramente visibili le tracce di numerosi morsi. Una morte naturale sebbene attribuibile ai cani randagi. Anche su questo problema, in sinergia con l’ASL, è intervenuto il Parco ma alla base permangono le cattive abitudini gestionali di alcuni cani che, forse, tanto randagi non sono. Il riferimento è a quelli dei pastori o altri padronali che di notte vengono lasciati liberi. Costituiscono un branco temporaneo che può causare conflitti, come ad esempio potrebbe essere successo al cucciolone di lupo assalito ed ucciso di recente.

Intanto per il lupo del quale ieri ha dato comunicazione il Parco, si è trattato di strangolamento. L’animale, cercando di scappare, ha stretto sempre più il nodo scorsoio, rimanendo ucciso. Per il Parco Nazionale, l’uso del laccio a strangolo è un metodo di caccia illegale e non selettivo purtroppo molto diffuso in Abruzzo. Una diabolica trappola, ha riferito l’Ente Parco, in genere piazzata lungo i camminamenti abituali degli animali. Può colpire le zampe o il tronco, fatto più comune per cinghiali, cervi e caprioli, oppure prendere il collo, portando alla morte per strangolamento. Ed è quello che purtroppo è accaduto in questo caso.

Un gesto che non resterà impunito – ha dichiarato il Direttore Oremo Di Nino – Il Parco sporgerà denuncia verso ignoti e attiverà tutte le azioni utili affinchè il responsabile paghi per l’azione commessa. Il Coordinamento Territoriale per l’Ambiente del Corpo Forestale dello Stato ha attivato le indagini, intensificando i controlli già assidui sul territorio. Ho chiesto una linea dura affinché questo crimine non resti impunito”. Una paura, ha concluso l’Ente Parco, anche per i diversi individui di orso che popolano una delle zone più belle d’Italia, bracconieri ed avvelenatori permettendo.

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