ratto
GEAPRESS – E’ polemica, ad Olbia, in merito ad un progetto di eradicazione del ratto dall’isola di Tavolara. Un invio di mail che in queste ore sta interessando le redazioni dei giornali e le associazioni ambientaliste, solleva l’esigenza di  una maggiore chiarezza proprio sul progetto di derattizzazione-eradicazione. A livello locale, però, sono stati toccati altri temi che riguardano, in sostanza, le diverse attenzioni dell’uomo in funzione di diverse specie animali. Nel caso specifico le due specie sono il Ratto e La Berta Minore.

Il primo non è poi, ma solo rispetto a suoi stretti cugini grigi, nel mondo così invasivo. Il ratto nero da eradicare, è molto meno diffuso rispetto al famoso Ratto norvegese, ovvero il più noto surmolotto. Per eradicare lui, bisognerebbe in sostanza eradicare l’uomo. A Tavolara, come probabilmente in altri posti, il Ratto nero reca danni alle colonie di Berte minori, un raro uccello pelagico che proprio tra le rocce dell’isola trova una sua roccaforte di nidificazione.

Quello che però trapela nella polemica è se sia giusto, nel tentativo di salvare un animale, ucciderne un altro. Di mezzo, ancora una volta, c’è la diversa sensibilità dell’uomo. Non c’era, ad esempio, alcun impedimento tecnico tra l’uccidere i gatti di Pianosa, nell’arcipelago toscano, invece che catturali e trasferirli in colonia al di fuori dell’isola. Se ne è occupata la stessa ditta che dovrà ora intervenire a Tavolara, ma in quel caso la popolazione dei gatti nell’isola di Pianosa è stata drasticamente ridotta con metodi incruenti anche a scapito di lasciarne alcuni e dovere di tanto in tanto ripetere il controllo. La ditta, infatti, fornisce la spiegazione di alcuni gatti diffidenti e, pertanto, imprendibili. Con il veleno, ovviamente, non ci sarebbe stato questo problema.

Ritornando in Sardegna, c’è poi da rilevare come nella vicina Molara, il ratto era stato eradicato. Poi, però, è tornato. L’analisi genetica, informa l’Area Marina Protetta, avrebbe però dimostrato che trattavasi di diversa popolazione ovvero casualmente introdotta dall’uomo, tanto da fare chiamare in causa interventi di bio security. In parole povere, isolare l’isola da tutte le possibili fonti di contaminazione da ratto. Impresa ardua, visto che il ratto è veicolato dall’uomo.

C’è poi il problema della presenza di animali possibili predatori dei ratti (dice sempre chi protesta) che potrebbero morire con il veleno mangiato dal roditore, ma al di là di questo sorge il dubbio di come si sia comportato il ratto non negli anni, ma nei secoli. La sua presenza in Europa è accertata, non a caso, dai tempi della peste. In Sardegna, poi, sembra siano stati scoperti dei resti di gran lunga antecedenti. Da quanto tempo il ratto nero vive a Tavolara e come ha fatto la Berta minore a non soccombere? Chi garantirà poi, che una nuova variabile umana non lo riporterà nel giro di poco tempo?

Forse in questi progetti, oltre alle critiche sul metodo, appare anche una certa continuità  che se non bene dimostrata potrebbe significare la fallacità del metodo. Nel caso di Tavolara, dichiara la ditta incaricata, è stato eseguito un monitoraggio negli anni scorsi. Dunque si vedrà, sempre che sul progetto non arrivino ad incidere le polemiche di questi giorni. Di certo “eradicare”, ovvero in questo caso uccidere, non ingrana con un progetto finanziato che  intende appellarsi “LIFE”.

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