GEAPRESS – Un rapporto ricco di dati. Di quelli da utilizzare per fare tante tesi di laurea, o almeno per prenderne spunto. Peccato, però, che molti dati scientifici rimangono spesso dove sono stati scritti, ovvero in un foglio di carta magari al chiuso di un cassetto. Basti pensare che a redarre il VII Rapporto sulla Qualità dell’Ambiente Urbano è l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), ovvero lo stesso organismo che ogni anno invia alle Regioni molti dinieghi relativi all’attività venatoria, costantemente ignorati. Anzi aggirati con leggine truffa puntualmente impugnate dalla Corte Costituzionale, purtroppo dopo che il danno è stato fatto. Valga, per i numerosi precedenti, il recente caso di Lombardia e Toscana (vedi articolo GeaPress).

Nel Rapporto 2010 sulla qualità dell’ambiente urbano, c’è di tutto. Dalla qualità dell’aria, alla temperatura, rifiuti, agglomerati industriali, frane, inquinamento acustico ed elettromagnetico, gli atlanti di avifauna ed anfibi e molto altro ancora. Tutto considerato in 48 tra i maggiori centri urbani del paese.

Impietosa l’analisi del patrimonio di aree verdi cittadine. Sostanzialmente immutato e salvato, per alcuni agglomerati urbani, solo grazie alla presenza di Riserve Naturali. E’ il caso, ad esempio, del territorio comunale di Palermo, salvo grazie alla Riserva di Monte Pellegrino e Parco della Favorita, e contrapposto, però, al crollo (in mezzo secolo) del verde agricolo. Alte percentuali di … crollo, anche a Ravenna, ma nel complesso quello che preoccupa è l’urbanizzazione del territorio. O meglio, la sua impermeabilizzazione, ovvero la copertura dovuta a manufatti dell’uomo, siano essi tangenziali, centri commerciali o direzionali, o quant’altro di “utile” a coprire la superficie del suolo. Lo facciamo sempre di più, nonostante la popolazione non aumenta, anzi no: cresce ma solo grazie agli immigrati. Forse però, in considerazione del loro basso reddito, non sono gli immigrati i responsabili degli avviluppanti tentacoli di bretelle stradali, ad esempio della campagna romana, che serviranno nuovo quartieri di villette residenziali e poi ancora nuove bretelle, e così via.

Ma ritorniamo al Rapporto dell’ISPRA ed al consumo del suolo, partendo proprio dall’andamento demografico. Nelle città si cresce, ma si cresce meno rispetto al resto del territorio nazionale. Ovvero, dal 2001 al 2009, il 3,3% rispetto all’incremento nazionale che è del 5,9%. Cosa che, fin qui, potrebbe non stupire, considerato che una buona fetta di ex cittadini sono ormai da tempo residenti nei piccoli comuni dell’hinterland; fuori, pertanto, dall’area comunale originale. Complessivamente la crescita della popolazione nazionale è determinata da un saldo migratorio positivo. Sono cioè gli stranieri che fanno aumentare gli italiani. Qualcuno si potrà ostinare a considerarli “non” italiani, ma gli effetti ecologici non valutano i … territori di origine. In altri termini, chi mette piede in Italia, almeno ecologicamente parlando, è italiano.

Detto questo, vediamo chi cresce di più. Sono i Comuni del centro nord, eccezione fatta per Venezia e Trieste. A prescindere, poi, da chi cresce di più, in città siamo un pò troppo … pigiati! A Napoli il valore massimo. 8211 abitanti per chilometro quadrato, seguito da Milano (7181) e Torino (6987). Complessivamente quasi un quarto della popolazione nazionale (23,4%) risiede nell’area di 48 comuni.

Come è stato gestito tutto ciò? Aumentando l’impermeabilizzazione del suolo. Un dato, secondo l’ISPRA, non solo in preoccupante ascesa ma anche in controtendenza rispetto alla media europea, dove la presenza di immigrati (aggiungiamo noi) è in molti casi maggiore di quella italiana. Nelle aree comunali analizzate, più o meno pigiate che siano, vi sono poi i SIN, ovvero Sito di Interesse Nazionale. Aree, cioè, definite in base alle caratteristiche del sito, alle quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, all’impatto sull’ambiente circostante in termini di rischio sanitario ed ecologico e di pregiudizio per i beni culturali ed ambientali (secondo definizione data dall’ISPRA). Colpisce il caso di Napoli, ben 6 SIN, seguita da Milano (5), mentre tre città ne hanno almeno due. In compagnia di almeno un SIN vi sono poi altre 18 città, tra le 48 analizzate. Napoli risulta essere anche la prima in termini di consumo del suolo, seguita da altre città tutte, però, del nord Italia. Si tratta di Torino, Milano, Monza, Bergamo, Brescia e Padova.

In pratica, provando a tracciare una linea (quasi) retta, si ha la pianura padana e la megalopoli ormai definita, che da Milano, passando per Monza e Brescia, arriva fino a Padova. Milano ha ben il 61,2% della sua superficie ormai impermeabilizzata, segue Torino (54,8%), Monza (47%), Brescia (43,9%) e Padova (con appena, per modo di dire, il 41,3%).

Chi però, a grandi fette si è mangiata la sua campagna, è senza dubbio Roma. La fame immobiliaristica romana, misurata in ettari di superficie impermeabile, è passata da 25.285 del 1990 a ben 34.068 del 2008. Il famelico trend non sembra diminuire se analizzato nei due decenni. Tra il 1990 ed il 1998 si è passati, infatti, da 25.285 ettari a 30.253, mentre, tra il 2005 ed il 2008, da 32.826 a 34.068. Ovvero il 19,3% di superficie impermeabile nel 1990, contro il 26,1% del 2008.

E meno male che c’è crisi, tranne, forse, per l’edilizia un pò troppo “sostenuta” e che scaraventa i costi ambientali sulla collettività intera. Roma continua a salvarsi, per quanto riguarda i tassi procapite di verde (anche se negli anni via via inferiori) solo grazie al suo vasto territorio comunale ed al verde dei parchi urbani e delle ville storiche fruibili. I morsi alla campagna romana, però, non potranno che riflettersi sulla biodiversità alla quale lo stesso rapporto dell’ISPRA richiama. Meno male, però, che Roma ha le gabbie del suo zoo che difendono il pianeta dal depauperamento ambientale…

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