GEAPRESS – A 10 anni dall’entrata in vigore della legge 353 del 2000, la prima specifica per il reato di incendio boschivo, il Corpo Forestale ha presentato oggi a Roma i risultati svolti in ambito investigativo e operativo per mettere un freno all’emergenza piromani.

In controtendenza con gli altri paesi europei, dove il fenomeno è in aumento, i primi mesi del 2010 hanno segnato una riduzione del 50% degli eventi incendiari e del 70% delle superfici danneggiate. Questo a fronte di un 2009 che, pur con un basso numero di incendi appiccati (la stragrande maggioranza in Sardegna nel mese di luglio) ha visto bruciare 73.555 ettari di territorio, di cui 31.060 boscati, l’area perduta più estesa dal 2001, non considerando il picco che si era verificato nel 2007.

Come ha spiegato la Forestale, sopratutto grazie all’attività investigativa specifica del N.I.A.B. (Nucleo Investigativo Anticendi Boschivi) dal 2000 sono stati compiuti 132 arresti di piromani, tra cui 17 per incendi colposi, 36 per incendi causati da ragioni di disagio sociale ed emotivo, 36 legati ad attività di sfruttamento animale: in particolare sono state 32 le persone fermate per aver appiccato incendi finalizzati all’estensione delle aree da destinare alla pastorizia, due per ritorsione contro l’istituzione di un’area protetta, altre due legate a dispute su territori di caccia e per questioni legate al bracconaggio.

Se gli incendi portano restrizioni al fenomeno venatorio legale, poiché la legge 353/2000 prevede un divieto di caccia di 10 anni nelle aree boschive interessate dagli incendi – ha spiegato il  Vice Questore Aggiunto del Corpo Forestale dello Stato Angelo Marciano, responsabile del N.I.A.B. –  il bracconaggio non conosce invece limiti stagionali né territoriali, e usa talvolta lo strumento del fuoco per far spostare la selvaggina da un’area all’altra e così renderla più facilmente cacciabile. Per non parlare delle lotte tra cinghialisti, che sono stati sorpresi a dar fuoco a vaste aree boschive come forma offensiva: un fenomeno che contrariamente a quello che si crede è diffuso tutto l’anno, ma che in estate si amplifica negli effetti per ragioni climatiche”.

Ogni singolo incendio, spiega la Forestale, causa danni all’ambiente con effetti anche sul lungo periodo. Da 3-5 anni nel caso della macchia mediterranea e fino a conseguenze di lunghissimo termine nel caso delle pinete, che non ricrescono spontaneamente, se non in rari casi. A farne le spese sono sopratutto i mammiferi selvatici, come lepri e ghiri, oltre agli uccelli, che perdono fisicamente le loro case, i rettili, e tutta la fauna terricola di insetti e molluschi.

La norma del 2000, comunque, ha  un effetto protettivo sulla biodiversità che ha permesso un rafforzamento dell’attività anticendio della Forestale e sta dando i suoi frutti in modo crescente ogni anno.

Ad esempio – ha aggiunto il Vice Questore Marciano –  vanifica le ragioni dei pastori che danno fuoco ai boschi, perché poi quelle zone, oltre ad essere interdette ai cacciatori, non potranno essere usate neanche per il pascolo nei dieci anni successivi, oltre a non poter subire cambiamenti di destinazione d’uso e né essere edificate.”

Il Corpo Forestale, ha fatto sapere di aver attivato postazioni di controllo nei territori dove si concentra il 75% dei roghi (Cosenza, Salerno, Avellino, Catanzaro, Reggio Calabria, Potenza, Latina, Benevento, Crotone, Caserta, Foggia, Bari, Frosinone, Genova, Napoli, Lucca, Imperia, Roma, Taranto, Campobasso, Matera, Firenze, Lecce, Massa Carrara, Perugia, Torino) per creare una mappatura su scala provinciale delle cause degli incendi boschivi e incrementare l’attività di intelligence a livello locale.

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