GEAPRESS – Conferme, novità, ed analisi dai risultati inattesi quelle contenute nel rapporto Italia 2012 dell’Eurispes. Dati che solo apparentemente possono non piacere, come la diminuzione dei vegetariani ora attestati al 3,1% (lo scorso anno erano più del doppio), altri che giungono a conferma del pessimo giudizio sull’attività venatoria (76,4% contrari), per finire alla vivisezione con l’86,3% contrario. Significativa, in quest’ultimo caso, la motivazione addotta. Secondo l’Eurispes, infatti, chi contrario alla vivisezione ha sostenuto come il rispetto per gli animali sia di gran lunga superiore ai vantaggi e agli eventuali benefici che l’uomo potrebbe trarre dallo sperimentare su altri esseri viventi. Colpisce a questo proposito, come il 51,3% degli italiani nutre affetto nei confronti degli animali, mentre un 35,9% parla di rispetto. Sicuramente una evoluzione nella consapevolezza che gli animali sono portatori di diritti.

Circa il crollo dei vegetariani L’Eurispes ha a sua volta analizzato le ragioni che inducono innanzi tutto ad abbracciare tale dieta. Una scelta che sarebbe influenzata anche da variabili non animaliste, comunque meno ideologicamente radicate. Elementi che possono essere condizionati da più variabili come, ad esempio, la crisi economica. Messa in questa maniera, il dato rileverebbe la presenza di un ampio zoccolo duro che, per quest’anno, si attesta comunque su un livello significativo, ovvero il 3,1% di vegetariani.

“Big Pharma e il rischio dell’imperialismo sanitario”
Nel rapporto dell’Eurispes, colpisce la scheda n. 38 titolata “Big Pharma e il rischio dell’imperialismo sanitario“. Si tratta di una analisi che scavalca i confini nazionali abbracciando , come già fa intuire il titolo, l’intero mondo opulento. Ne viene fuori un sistema oligopolico di potenti case farmaceutiche, interessate a produrre farmaci vendibili.

Ad essere ignorato non è però solo il terzo mondo, ma anche quello che, con l’accentuata polarizzazione dei redditi, ci ritroviamo sempre più nelle incidenti sacche di povertà del nostro paese. A non essere tenute in giusta considerazione sono sia le malattie “rare” che quelle “neglette”. Ovvero, in quest’ultimo caso, quelle dei paesi poveri, da noi ritenute debellate ma che potrebbero tornare a farsi sentire. I farmaci prodotti per entrambe le due categorie di malattie, sono definiti “orfani”, privi dell’interesse dei produttori privati e , per quei paesi che lo prevedono, del sostegno delle Amministrazioni pubbliche. Orfani, cioè, non della malattia, ma della capacità di fare reddito.

A sottolineare come l’interesse trainante sia in effetti quello commerciale, l’Eurispes ricorda come già nell’anno 2000, il 35% dei dipendenti delle case farmaceutiche era impegnato nel reparto marketing. Il 12% in quello amministrativo. Di fatto un sicuro 47% non coinvolto nella produzione e ricerca. Il perché di tutto ciò risiede nell’esigenza di vendere farmaci. Farmaci, però, che devono possedere un mercato. Negli USA, per vendere un antiulcera (farmaco tipico del mondo sviluppato), in un solo anno, sul finire degli anni novanta, sono stati spesi quasi 80 milioni di dollari per incassarne ben 3.649. Chi mai spenderà tanti soldi per una malattia “negletta” o “rara”?

L’Eurispes rivela inoltre il rischio di strumentalizzazione delle cosiddette “non malattie”. Il rischio, cioè, dell’imposizione di nuovi farmaci destinati ad un consumo elevato perché rivolti ai malesseri del mondo occidentale. Solitudine, infelicità e aspetti collaterali della vecchiaia e della gravidanza. Non si tratta, però, di vere e proprie “malattie”.

Il tutto complessivamente gestito da pochi colossi farmaceutici concentrati a sua volta in pochi paesi. Decisa la prevalenza statunitense. Un settore, nel suo complesso, caratterizzato da un continuo processo di fusione. Una “nobiltà economica”, ovvero un sistema farmaceutico altamente concentrato e oligopolistico, che determina la condizione di salute o di malattia di milioni di persone. “Big Pharma”, appunto.

© Copyright GeaPress – Tutti i diritti riservati