GEAPRESS – Chi si ricorda del cigno trovato in Sicilia agli inizi del 2006, primo caso accertato di presenza del virus H5N1 in Italia? Il cigno è morto ormai da tempo mentre per fortuna non si ebbero conseguenze per il responsabile del centro di recupero che lo accolse, ne per i due Carabinieri che raccolsero il cigno. Tutti in quarantena, ma poi nessuna conseguenza.

Eppure l’H5N1 esiste ancora e fin alle porte di casa nostra. Lo rileva un recentissimo studio dell’Institut de Ville Sanitarie, ente pubblico francese che lavora sotto la supervisione del Ministero della Salute. Tra i suoi compiti il controllo, la vigilanza e allarme in tutti i settori della salute pubblica.

Il virus, secondo lo studio francese, continua a circolare con maggiore intensità, in Indonesia ed Egitto. Assieme a Bangladesh, Cambogia, Cina (Tibet e Xinjiang), India, Laos, Nepal e Vietnam, sono tutti i paesi dove ormai è diventato endemico. Ha cioè trovato le migliori condizioni per mantenersi, senza più bisogno di afflussi esterni, ad esempio tramite gli uccelli migratori. Anzi, proprio da questi paesi potrebbero irradiarsi, tramite gli uccelli migratori, una nuova dispersione del virus.

Non è il caso di preoccuparsi eccessivamente. Nei paesi, infatti, dove il virus continua ad agire i contagi sono circoscritti ad una categoria di persone che in genere vive a strettissimo contatto con i volatili da cortile, mentre i contagi diretti da uomo a uomo, ormai acclarati, sarebbero ancor più limitati e comunque accomunati da un notevole grado di suscettibilità genetica. In sintesi si tratta di stretti contatti familiari e comunque, a monte, deve esserci stata una pericolosa condizione ambientale di assoluta promiscuità di luoghi ove opera o addirittura vive l’uomo e quelli ove sono stabulati degli uccelli. In definitiva non si hanno prove di una efficace “umanizzazione” del virus e, perciò, del facile contagio tra uomo e uomo. Ciò, però, potrebbe essere possibile tramite una mutazione genetica che rimescoli la sequenza del dna del virus rendendolo a qual punto tipico della specie umana. Quello che colpisce, però, è che la gente continua a morire oltre al fatto che gli uccelli acquatici selvatici costituiscono il serbatoio animale del virus. Si tratta, per i morti, di pochissime decine di persone negli ultimi due anni (fino ai primi sei mesi del 2010) ma su un numero di contagiati superiore di appena tre volte, o poco più.

I dati più recenti sono quelli del luglio 2010 quando il virus circolava nei territori di 12 Paesi (Bangladesh, Bhutan, Cambogia, Egitto, India, Indonesia, Israele, Laos, Myanmar, Nepal, Romania e Vietnam). Nel 2010, sono stati segnalati casi negli uccelli selvatici dalle autorità di polizia sanitaria in Bulgaria, Cina (Tibet e Hong Kong), Mongolia e Russia (Repubblica di Tuva). In molti altri Paesi, in particolare dell’Africa sub-sahariana, si sospetta la trasmissione del virus A/H5N1 soprattutto tra gli animali da cortile, ma le carenze del sistema di sorveglianza epidemiologico non permettono di documentare questi dati.

Cosa fa il Governo italiano? Siccome la Commissione europea era intervenuta sull’influenza aviaria disponendo misure sulla biosicurezza fino al 31 dicembre 2010, il 5 agosto 2010 il Ministro della Salute Fazio “considerata l’opportunità e la necessità di prevedere specifiche condizioni ai fini della concessione della deroga al divieto di utilizzo di uccelli da richiamo” dispone lo stop al divieto di utilizzo di uccelli da richiamo per l’attività venatoria tra cui proprio gli anseriformi, ossia gli anatidi (uccelli acquatici).

Ad ogni modo, siccome non si sa mai cosa può succedere Fazio conclude: “la concessione della deroga è immediatamente sospesa qualora dovessero mutare le condizioni epidemiologiche che ne hanno permesso l’adozione” (!). (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).