CAVALLO FAITH
GEAPRESS – Innovativa sentenza della Corte di Cassazione che, così come si evince nella nota di Giovanni D’Agata, presidente dello Sportello dei Diritti, sembra sottolineare come la conoscenza delle Scienze Naturali, può costituire una guida per stabilire la sussistenza del reato. Questo, per quanto riguarda le specie non domestiche e nel caso di contestazione del reato di cui all’art. 727 del Codice Penale, sulle inidonee condizioni di detenzione.

Il caso esaminato dalla Corte, riguardava la detenzione di un cavallo in un box di ridotte dimensioni. La difesa aveva peraltro sostenuto come l’animale fosse stato ben nutrito oltre che regolarmente visitato da un Medico Veterinario. I Giudici della Suprema Corte, però, hanno sancito con sentenza 6829 del 15 febbraio scorso, che “in tema di maltrattamento di animali, il reato permanente di cui all’art. 727 cod. pen. è integrato dalla detenzione degli animali con modalità tali da arrecare gravi sofferenze, incompatibili con la loro natura, avuto riguardo, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali“.

Un pronunciamento che, così come riportato dallo Sportello dei Diritti, potrebbe gettare nuova luce sui casi di detenzione di animali che devono essere giudicati sulla base di comportamenti analoghi a quelli ora divenuti oggetto di intervento della Suprema Corte: solo corretta alimentazione e regolari visite veterinarie, sembrano non essere più sufficienti. Almeno per la fauna selvatica, potrebbe pertanto essere compito delle Scienze Naturali mentre, per le specie domestiche, il tutto potrebbe essere demandato “al patrimonio di comune esperienza e conoscenza“. In altri termini un ulteriore monito per quanti obbligano a vivere gli animali in condizioni poco consone con la loro indole, confinati in luoghi angusti.

Nello stesso filone giurisprudenziale, come ricordato da Giovanni D’Agata, si incardina un’altra sentenza della Cassazione, la n. 37859/2014, con la quale la terza sezione penale ha ritenuto legittimo il sequestro preventivo di un canile in cui gli animali erano ospitati in misura superiore ai limiti consentiti dalla legislazione regionale.

Nel caso ora esaminato l’imputato è stato condannato a oltre 12 mila euro fra ammenda, spese legali e risarcimento agli enti costituiti.

© Copyright GeaPress – Tutti i diritti riservati