GEAPRESS – Inizia domani a Palermo il settantunesimo Congresso Nazionale dell’Unione Zoologica Italiana. Dal 20 al 23 settembre numerosi studiosi si alterneranno presso l’ Astoria Palace Hotel a discutere di Biodiversità. Il 2010 è stato infatti dichiarato, addirittura dalle Nazioni Unite, come l’anno internazionale della Biodiversità. Mille propositi e tante idee che rischiano però di rimanere pura teoria se non si riesce a collegarli concretamente a ragionevoli interventi di salvaguardia. Tra i numerosi lavori che saranno presentati al Congresso, spicca quello del Prof. Maurizio Sarà, Docente di Zoologia presso di Dipartimento di Biologia Animale dell’Università di Palermo (nella foto in basso). Nel suo studio il riscontro dello sconfortante processo di banalizzazione dell’ambiente naturale siciliano, analizzato in una delle forme più rappresentative degli ambienti aridi e aperti dell’Europa mediterranea. Complessi eterogenei di colture agrarie e forestali, frammisti ad incolti pascolati e terre marginali. Un puzzle di paesaggi agroforestali, silvopastorali ed agrosilvopastorali di grande ricchezza e biodiversità, così come definiti dal prof. Nair della Scuola di Conservazione e Risorse Forestali dell’Univeristà della Florida. Negli ultimi decenni questi paesaggi sono fortemente regrediti in tutta l’Europa mediterranea.
Il prof. Sarà ha monitorato in Sicilia gli ambienti riferibili proprio le tipologie definite dallo studioso americano, riscontrandone purtroppo il loro degrado e l’avviato processo di estinzione di numerose specie animali. Per GeaPress l’annuncio del primo triste evento. L’estinzione del Nibbio reale (nella foto in alto), bellissimo grande rapace diurno dagli splenditi colori aranciati un tempo nidificante in Sicilia. D’inverno costituiva dormitoi con centinaia di individui. Per chi è arrivato a vederli uno spettacolo meraviglioso da rinchiudere ora nel cassetto dei ricordi.
 
GeaPress – Prof Sarà, perché è così difficile conciliare le attività umane con la protezione della natura?
Prof. Sarà – Le cose non stanno così. Anzi, in questo caso, è vero il contrario. Basterebbe seguire le linee guida stabilite per la politica agricola europea.
 
GeaPress – Ci può spiegare?
Prof Sarà – In molti casi si tratterebbe di rispettare piccoli fondamentali interventi. Evitare di arare, ad esempio, nelle aree in pendenza. Non solo si diversificherebbe l’ambiente agricolo ma si potrebbe così proteggerlo dall’erosione. Basti pensare all’ampelodesmeto, un habitat prioritario a livello europeo e che molto ha a che fare con le aree che abbiamo studiato.
 
GeaPress – In fin dei conti un’area in forte pendenza è marginale nell’economia agricola.
Prof. Sarà – Sì ma non mi riferisco solo a quello. Vi sono le tante piccole aree umide che prima caratterizzavano il paesaggio siciliano. Ed invece le previsioni dell’Europa rimangono lettera morta. I piani di gestione dei Siti di Interesse Comunitario come delle Zone di Protezione Speciale sono già redatti ed hanno visto il coinvolgimento di molte professionalità. Agronomi, naturalisti, architetti del paesaggio, ma continuano a non trovare applicazione.
 
GeaPress – Nel suo studio lei riporta come per il periodo 2007/2013 la politica agraria e ambientale della Regione Siciliana non prevede azioni concrete per la protezione degli ecosistemi cerealicoli tradizionali. Anzi sembra che la valorizzazione del territorio e della biodiversità, quando accennato, debba risolversi in nuove infrastrutture.
Prof. Sarà – Si, ma vi sono altri aspetti poco chiari …
 
GeaPress – Ad esempio?
Prof. Sarà – Basta vedere quello che sta succedendo con le vendemmie verdi.
 
GeaPress – Le vendemmie verdi? Sembra il titolo di un romanzo.
Prof. Sarà – Si, ma senza fine. Per abbattere la produttività delle uve soprattutto da vino, vengono raccolti i grappoli prima della loro maturazione. L’impressione che ho avuto, parlando anche con molti produttori, è che manchi una previsione dei futuri sviluppi del comparto. Nel frattempo, però, si continua a tirare avanti con i contributi della comunità europea.
 
GeaPress – Cosa occorrerebbe fare?
Prof. Sarà – Occorrerebbe una maggiore integrazione, ad esempio, tra agronomi ed ecologi. Ho visto in Spagna, in regioni povere dell’Aragona, come siano riusciti a diversificare la produzione. Hanno iniziato a produrre grano e legumi biologici proponendo un paniere che ha un riscontro sul mercato. Si potrebbe dire che andiamo secondo le mode, e per ora è la moda del vigneto. Cosa succederà quando l’Europa chiuderà il rubinetto?
 
GeaPress – Sembra che non ci si riesca a scollare da una produzione di fatto non più produttiva. Il vigneto produce poco ma non si riesce lo stesso a diversificare.
Prof. Sarà – Manca la pianificazione integrata. Si è persa anche la multifunzionalità tipica delle aree mediterranee. Sistemi misti con rotazioni stagionali.
 
GeaPress – Mi sembra di capire che la multifunzionalità è una ricchezza per l’uomo e per la biodiversità.
Prof. Sarà – Infatti, qui invece si vuole rimanere assistiti.
 
GeaPress – Professore, parliamo di animali, o meglio, come questa banalizzazione del territorio si rifletta sulle popolazioni animali.
Prof. Sarà – Certo. Delle 23 specie di uccelli che in Sicilia hanno avuto un decremento, sia di popolazione che di aree di distribuzione, ben 22 sono in qualche maniera legate alle cosiddette pseudosteppe ed alle attività agricole tradizionali. In alcuni casi siamo ben oltre il pericolo dell’estinzione.
 
GeaPress – Vi sono specie che in questi anni si sono probabilmente estinte?
Prof Sarà – Il Nibbio reale è un esempio drammatico. Lo sa cosa gli ha dato il colpo di grazia? Un impianto eolico piazzato proprio dove nidificavo ben due delle ultimissime coppie.
 
GeaPress – Ma sono stati presi in volo dalle pale?
Prof Sarà – Questo lo potremmo sapere se in Italia ci fossero più ricercatori, ma di sicuro vi è stato il disturbo diretto. Le grandi strade che servono per sistemare i parchi eolici, non solo sono fortemente impattanti, ma consentono il facile accesso in zone prima raggiungibili dopo lunghe escursioni o addirittura veramente impossibili. Sono forme di disturbo diretto, molto pericolose, soprattutto se si considera l’effetto addizionale che hanno altri noti problemi, come i bocconi avvelenati o gli incendi. Alcuni nidi, sistemati nei costoni rocciosi, sono letteralmente bruciati. Chi si è posto poi il problema togliere nel futuro gli impianti una volta che tra venti o trenta anni usciranno di produzione? Si tratta di migliaia e migliaia di tonnellate di ferraglia. I contratti di locazione cosa prevedono? Non credo che in tutti i casi sono stati vincolati al ripristino dei luoghi.
 
GeaPress – Ma solo il Nibbio reale è ormai estinto o vi sono altre specie che a breve potrebbero esserlo?
Prof Sarà – Il Capovaccaio sicuramente. Negli anni ottanta vi erano trenta coppia. Oggi solo quattro. Si sono rese molto più raggiungibili le aree dove nidificava. E’ cambiata la zootecnia ed il piccolo avvoltoio si nutre ormai di piccoli animali incidentati lungo le strade e di altri morti in natura a seguito delle ferite dei cacciatori. Lo sa cosa abbiamo trovato dall’analisi delle uova abbandonate in un nido? L’arsenico utilizzato in alcuni prodotti di sintesi per uso agricolo ed il piombo dei pallini da caccia. Molte volte basterebbero piccoli interventi. Senza voler stuzzicare un argomento tanto delicato come la caccia, si potrebbe iniziare imponendo i pallini di plastica.
 
GeaPress – Perchè non li usano?
Prof. Sarà – Costa di più, forse per questo. Se al piombo si aggiungono aree destinate, senza alcuna programmazione, ad impianti eolici oppure al fotovoltaico, il gioco è fatto. Aumentano i fattori di rischio. Per la caccia, se rispettosa delle regole, questi rapaci patirebbero solo degli effetti indiretti, quali il disturbo agevolato spesso fin sotto i nidi, ad esempio dalle invadenti strade di un impianto eolico, oppure, come ho detto, per il piombo. Molto più pericoloso, invece, è la persecuzione diretta dei bracconieri.
 
GeaPress – Depredano i nidi?
Prof. Sarà – Infatti. Negli ultimi anni vi è stato un aumento esponenziale. Se prima la depredazione era opera di bracconieri tedeschi che raggiungevano in primavera la Sicilia, oggi si sono purtroppo specializzati dei locali a loro supporto.
 
GeaPress – Recentemente vi è stata una grossa operazione del Corpo Forestale dello Stato. La Sicilia, grazie proprio all’appoggio di alcuni locali, è diventata preda ambita di allevamenti del nord Italia e del centro Europa. I falchi erano destinati spesso a spettacoli di falconeria (vedi articolo GeaPress).
Prof. Sarà – Quando viene appurato che i Capovaccai trovati all’estero provenivano dall’Italia, secondo lei da quale zona dell’Italia erano stati prelevati? Si tratta di un danno enorme che sta coinvolgendo altri rapaci come ad esempio il Lanario. Sono stati depredati parecchie decine di nidi. Ripeto, sono tutti fattori che ancor di più dovrebbero far riflettere sull’esigenza di programmare la destinazione del territorio. Le previsioni dei PAC sono palesemente disattese con grave pregiudiziale non solo delle popolazioni dei rapaci ma anche di molti passeriformi. O invertiamo subito la tendenza oppure rischiamo di ritrovarci in un ambiente sempre meno ricco di biodiversità.(GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).