GEAPRESS – Una fotografia della mafia dalla quale sembra apparire un crogiolo di interessi economici che rimangono ancorati nell’ambito di un’economia pastorale ed agricola. Così vengono inquadrati, nel comunicato del Comando Provinciale dei Carabinieri di Palermo,  i risultati dell’ampia operazione condotta dal Nucleo Investigativo del Gruppo di Monreale, coordinato dalla DDA di Palermo. Un nuovo assetto delle famiglie mafiose di una grossa fetta della provincia di Palermo. Famiglie che non vogliono avere a che fare con la mafia urbana, più concentrata sulle ricchezze facili.

Per tale motivo veniva auspicato il passaggio del mandamento di Altofonte da quello di Santa Maria del Gesù (ex mafia agricola ormai urbanizzata) a quello di San Giuseppe Jato. Si tratta, in quest’ultimo caso, di un territorio storicamente alleato con la mafia degli allora latitanti Riina e Provenzano, ed in attesa di nuovi equilibri a seguito dell’ormai datato arresto dei componenti della famiglia Brusca.

Sono questi gli scenari che hanno portato nella mattinata odierna all’arresto di 37 persone tra presunti boss e gregari. Un contesto dove, nel Comune di Monreale, sarebbe scappato pure il morto. Proprio in una frazione della cittadina normanna, nel maggio 2012, è stato tra l’altro rinvenuto un deposito di armi custodito in una stalla.  Attività estortive nel mondo dell’edilizia, legami con le famiglie mafiose americane e furti di bestiame, ovvero quello che nella storiografia mafiosa rappresenta quasi un classico:  l’abigeato.

Le intercettazioni avrebbero permesso di documentare l’ideazione e la successiva realizzazione di 5 furti di bestiame, avvenuti sia in provincia di Palermo, ma anche in quella di Trapani. Ogni singolo furto vedeva il coinvolgimento di diversi ruoli. C’era chi svolgeva il “palo”, ovvero deputato alla vigilanza ed al controllo, mentre i complici compivano il furto degli animali. Altre persone si occupavano poi della macellazione clandestina. Gli animali venivano anche reimpiegati per il pascolo nelle aziende agricole in odore di mafia.

L’attività del furto di bestiame, secondo i Carabinieri, avrebbe fornito all’organizzazione criminale un’importante fonte di sostentamento ad integrazione dei proventi delle estorsioni e della droga. I bovini per i quali sarebbe stato accertato il furto, sarebbero non meno di 250. L’introito stimato varia tra i 175.000 ed i 375.000 euro.

In particolare quello che sembra emergere dalle indagini è l’accorporamento dei mandamenti di San Giuseppe Jato e Partinico, sotto l’egidia di Camporeale. Tra i nomi che, stante il comunicato dei Carabinieri, verrebbe attenzionato nell’ambito della creazione del mandamento di Camporeale, appare quello di Antonino Sciortino, scarcerato per fine pena dopo 12 anni di reclusione al regime carcerario del 41 bis e sottoposto alla misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale con obbligo di soggiorno presso il comune di residenza. Sempre secondo i Carabinieri sarebbe stato storicamente legato a Leonardo e Vito Vitale, di cui famose stalle nel territorio di Torretta. Sciortino è anch’esso allevatore.

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