capriolo cucciolo
GEAPRESS – La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, presieduta dal dott. Aldo Fiale con sentenza del 20 febbraio 2013, depositata il 24 luglio scorso, ha confermato un importante assunto, valido però solo per gli abbattimenti di ungulati previsti dalle Regioni.

I fatti risalgono al novembre  2008 e riguardano un cacciatore sorpreso in provincia di Verbania dopo avere abbattuto un capriolo al di fuori dei periodi consentiti per la specie. Un piccolo   reato di contravvenzione, come tutti i reati venatori. Il cacciatore viene per questo condannato dal Tribunale di Verbania a tre mesi di arresto. Carcere virtuale, ovviamente. La previsione di pena minima per finire in prigione, infatti, è di quattro anni, innalzati a cinque dal recente decreto svuota carceri. Nel caso dei reati venatori sono invece tutte previsioni massime che si misurano nell’arco di qualche mese. Dodici, nel caso in questione. Come se ciò non bastasse la Corte d’Appello di Torino riduce la pena a due mesi. Il cacciatore, però, insiste e la questione arriva in Cassazione.

Oltre al contraddittorio  sulla provenienza dello sparo e sulla presunta mancata assunzione di prova (motivi non accettati dalla Cassazione) c’è anche il tipo di reato venatorio per il quale è stato condannato. Per i Giudici, infatti, trattavasi di periodo di “divieto generale”. Per il cacciatore un po’ bracconiere era invece, “silenzio venatorio”. Un reato con pene ancora minori rispetto al primo.

Cosa era successo esattamente?  Il cacciatore aveva abbattuto il capriolo un giorno prima dell’apertura alla specie. Quello stesso giorno, però, era all’interno del periodo di caccia generale. Ad avviso della difesa, il cacciatore non aveva cacciato in periodo di divieto generale, ma solo in un giorno di silenzio venatorio.

Questa volta, però, la libertà concessa dalla legge italiana di lasciare campo (e spesso arbitrio) normativo alle Regioni, si è rivelata controproducente per il cacciatore. La Cassazione, infatti, richiamando la giurisprudenza maturata, ha ribadito che essendo  stato l’animale ucciso al di fuori dei periodi stabiliti per la specie (arco temporale fissato dalle Regioni) ha attuato una caccia in periodo di “divieto generale”. Non prevale, cioè, l’arco temporale stabilito dalla Stato, per l’inzio e la chiusura della stagione di caccia, bensì quello regionale per singola specie. La disciplina, però, equivale solo nel caso delle specie considerate  per la caccia di selezione degli ungulati sulla base di piani di abbattimento selettivi approvati dalle Regioni. Un facoltà, questa, concessa dalla legge dello Stato.

Un effetto boomerang, insomma. Di certo non voluto vista la deregulation venatoria dilagante che vede poi alcune Regioni incaricare addirittura le Province nel redigere i calendari venatori. Due cose diverse, forse, ma almeno una volta lo Stato è sovrano.

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