GEAPRESS – “Cultura venatoria”, così come definita dalle associazioni di settore. Per Daniela Casprini, presidente dell’Associazione Vittime della Caccia, si tratta di una realtà “pittata da un’antiscientifica educazione ambientale che cela soltanto una sotto-cultura che di ecologico non ha proprio niente“. Lo spunto di tale riflessione è una recente iniziativa di Arci Caccia che a Gavorrano (GR) sarebbe intervenuta nel plesso scolastico Giovanni Pascoli.

Per l’Associazione Vittime della Caccia sarebbe stato presentato come patrimonio tipico toscano quella che in realtà è fauna di allevamento utilizzata per i cosiddetti ripopolamenti. Per le associazioni protezionistiche si tratta, come è noto, della cosiddetta fauna “pronto caccia”.

E’ questa la cultura venatoria? E’ questa la biodiversità della Toscana? – si chiede l’Associazione Vittime della Caccia – Fagiani, Starne, Lepri, Quaglie, abituati a nutrirsi dalle magiatoie delle gabbie e poi buttati nel territorio, con una mortalità altissima per soddisfare cacciatori pigri?“.

Le protesta non si ferma comunque solo all’episodio di Gavorrano. Si ricordano, infatti, le piccole vittime dell’ultima stagione venatoria. Due bambini morti ed uno ferito durante le battute di caccia. In totale, sempre secondo l’Associazione Vittime della Caccia, ed in soli cinque mesi compresi tra settembre e gennaio, sono cinque i bambini morti e quattro i feriti per armi da caccia.

Finita la stagione di caccia, la conta delle piccole vittime ha continuato a salire. C’è il caso del quindicenne rimasto ferito in provincia di Ragusa alla fine di febbraio ed una secondo ragazzo, sempre di quindici anni, ferito dall’arma che stava autocostruendo, probabilmente per poi emulare il padre cacciatore. Quest’ultimo fatto è avvenuto agli inizi di marzo.

L’appello è rivolto alle madri, agli insegnanti ed ai dirigenti di istituti scolastici, affinchè non avvallino tale “cultura”.

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