GEAPRESS – Nulla più dell’assoluta impossibilità al volo è incompatibile con la natura degli uccelli. Potrebbe essere questa, sebbene in estrema sintesi, la frase riportata dalla Corte di Cassazione  che meglio caratterizza la Sentenza della III Sezione Penale, depositata lo scorso 17 gennaio, presieduta dal dott. Saverio Felice Mannino.

La Corte ha  rigettato il ricorso di tre persone condannate dal Tribunale di Verona a seguito dell’illecita cessione ed acquisizione di alcuni volatili per uso venatorio.

Si trattava in particolare, di Tordi sasselli e Cesene (un’altra specie di Tordo), ceduti da due degli imputati alla terza persona ora anch’essa condannata. I primi risultavano essere cacciatori con richiamo ed in quanto tali assegnatari degli uccelli da parte della Provincia di Verona. Animali, però, che non si potevano cedere. Stante i verbali delle Guardie Venatorie, i Tordi risultavano detenuti in gabbie piccole, sporche, senza adeguata alimentazione ed acqua, oltre al fatto di presentare le ali insanguinate a causa del verosimile battere contro le grate della gabbietta.

Varie disquisizioni giuridiche hanno portato i tre ad opporsi alla Sentenza di condanna di primo grado del Tribunale di Verona. Fatti avvenuti nel 2007 ed infine approdati alla Sentenza della Cassazione che ha sancito per i tre, la violazione del secondo comma dell’art. 727 del Codice Penale (inidonee condizioni di detenzione).

Singolari le motivazioni addotte dalla difesa in uno dei più rilievi sollevati. Secondo una interpetazione molto particolare, le inidonee condizioni di detenzione andavano ricollegate, per lo specifico caso, a quanto sancito dalla legge sulla caccia che vieta di utilizzare ai fini di richiamo uccelli accecati o mutilati, ovvero legati per le ali. Per i tre, in sostanza, solo in questo caso sarebbero stati imputabili del reato di cui al secondo comma dell’art. 727. Tutto il resto (sporcizia, cibo inadeguato, piccoli spazi ed ali insanguinate) non erano invece condotte discutibili per il mondo della caccia.

La Corte di Cassazione, però, ha stabilito che l’art. 727 del Codice Penale, non include, neppure su un piano di implicita logica, alcun rivio alla norma in questione.

Vi è comunque un altro aspetto degno di rilievo che potrebbe fornire un elemento di riflessione sulle blande pene previste dalla legge sulla caccia. I tre, infatti, erano stati imputati sia del reato di cui all’art. 727 del Codice Penale (ovvero un debole reato di contravvenzione), ma anche dello specifico reato venatorio. Già il Tribunale di Verona, aveva però riqualificato il secondo capo di imputazione (reato venatorio), decidendo l’applicazione della norma più grave, ovvero il secondo comma dell’art. 727. In base a ciò, per chi aveva acquisito gli uccelli è stata confermata l’ammenda di 3500 euro. Per i due cacciatori che avevano ceduto i poveri animali, invece, l’ammenda è di appena 1500 e 1000 euro.

© Copyright GeaPress – Tutti i diritti riservati