cavalli
GEAPRESS – Inizialmente era stato contestato l’art. 544/ter del Codice Penale (maltrattamento di animali) ma come spesso accade per l’incredibile impostazione della legge 189/04 (fattispecie prima della riforma del 2004 afferenti al maltrattamento ed ora imputate ad altro reato) il fatto contestato era stato ascritto in sede di condanna di primo grado in capo all’articolo 727 del Codice Penale, sulle inidonee condizioni di detenzione. Un piccolo reato contravvenzionale così come  già è stato contestato  per l’uso dei collari elettrici per cani.

Al centro della vicenda giudiziaria vi erano le condizioni di detenzione di alcuni cavalli rinvenuti allo stato brado e con il supposto stato di malnutrizione e  sete. Proprio per la ricerca dell’acqua uno di loro era rimasto bloccato in una pozza fangosa.

Alla condanna in primo grado, emessa dal Tribunale di Grosseto, era seguito il ricorso dell’allevatore giunto ora a conferma del verdetto da parte della III Sezione Penale della Corte di Cassazione. Sentenza depositata lo scorso 22 gennaio.

I Giudici della Corte hanno di fatto accettato che l’allevamento allo stato brado non equivale a cavalli selvaggi, ma ad una forma di allevamento riconosciuta. Le metodologie dovevano pertanto essere giudicate alla luce di un reato, quale il 727, che considera anche le condotte di incuria.  Non maltrattamento, dunque, ma abbandono, così come sancito da ampia giurisprudenza. L’abbandono, è un comportamento punito del piccolo reato di contravvenzione di cui al 727 del Codice Penale.

In altri termini, il dimagrimento era dovuto all’incuria e non alla volontà di maltrattare. In quest’ultimo caso sarebbe scattato il reato di maltrattamento. L’incuria, però, non poteva essere giustificata con le tecniche di allevamento allo stato brado. Dei fatti contestati, infatti, ne risponde sempre l’allevatore. Così come confermato dalla Corte, e già attestato in primo grado, “il fatto in esame è sicuramente ascrivibile a titolo di colpa“.

Ad accorgersi del cavallo rimasto bloccato nella pozza, era stato un gruppo dei cacciatori. Il Veterinario aveva riferito di “normale denutrizione” ma la Suprema Corte ha richiamato quando giudicato in primo grado, ovvero segni evidenti di magrezza e sete.

L’imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali. Il Tribunale di Grosseto lo aveva invece condannato al pagamento di una ammenda di 1000 euro

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