GEAPRESS – L’investigazione più completa mai condotta in Italia sugli allevamenti di galline ovaiole. Un impegno grandioso, quello di essereAnimali. Ventisette allevamenti di galline, su cinquanta individuati delle circa 200 strutture dell’Emilia Romagna. Una delle corazzate Potëmkin della produzione di uova italiana.

Bologna, Cesena, Ferrara, Forlì, Ravenna e Rimini, per un totale di oltre 15 ore di registrazione video ed un migliaio di fotografie. Galline in allevamenti intensivi, con gabbie non a norma oppure arricchite, in terra, a più piani ed infine gli allevamenti biologici che, a dire il vero, non prospettavano grandi differenze rispetto alle altre tipologie. Mangime biologico e minore densità, ma l’unico posto assolutamente pulito appare essere quello esterno. Pulito perché interdetto alle galline. Questo, almeno, nel periodo invernale, quando cioè gli attivisti essereAnimali hanno condotto l’investigazione che li ha tenuti impegnati per tre mesi, a partire da dicembre.

La beffa delle gabbie arricchite. Quelle, cioè, che dovrebbero essere obbligatorie a partire dal primo gennaio di quest’anno. Di fatto una minoranza nell’Italia delle inadempienze. Spazi appena più larghi e come arricchimento, un tubo in plastica e l’area razzolamento, in realtà un piccolissimo tappetino gommato. Scordavamo il … “separè”. Un ridicolo spazietto velato da poche strisce di plastica. Dovrebbe rappresentare il nido … . In realtà, in tutte le gabbie, le uove scivolano in un pavimento grigliato in pendenza. La raccolta è meccanizzata. Un nastro continuo di uova come quello che, alla nascita delle povere galline, ha fatto fuori i maschietti. Dritti verso il trituratore, vivi, assieme ai resti dei gusci. Galline che, bene che veda, vivranno un anno e mezzo. La produzione, se vivono di più, si abbassa. Ed allora via al macello, anche se una gallina arriva a dieci anni di età. Morte in funzione della produzione, come nel caso dei pulcini. Tutto considerato. La morte di inedia, basta che non si superi la soglia di rischio (economico).

Già da quando pulcini, c’erano le telecamere di essereAnimali. Uccellini tenerissimi ai quali viene spezzato il becco per evitare che si feriscano, aggredendosi a causa delle condizioni di stress. Rumori assordanti, pavimenti all’inizio in paglia, poi un misto di escrementi, penne e piume che andranno rimossi solo quando tutti gli animali verranno avviati al macello per la produzione di carne di bassa qualità.

Le immagini mostrate da essereAnimali, tengono a precisare gli attivisti, sono quelle ordinarie. Nessuna situazione patologica. Eppure il tutto è molto distante dai quadretti bucolici che spesso appaiono nelle confezioni esposte nei supermercati. Anche gli stessi allevamenti a più piani, fino a quattro. In realtà servono a sfruttare il più possibile lo spazio. Tutte tecniche che, in nessuna delle quattro tipologie documentate da essereAnimali, risparmiavano le galline deplumate, uno dei più chiari segnali di stress che appaiono negli uccelli.

Le uniche differenze rilevabili, dicono da essereAnimali, riguardavano la densità delle galline. Sicuramente maggiore nelle gabbie di un allevamento intensivo non a norma. Ma poco o nulla di più, in termini di dignità della vita, di stress maturato nel breve periodo di una esistenza passata senza vedere il sole, un filo d’erba, un posto diverso che non sia quello funzionale a produrre uova. Dodici miliardi all’anno, tanto ne produce l’Italia. Un impero economico che probabilmente ha guardato con quasi assoluta indifferenza alle smaglianti, quanto improbabili vittorie animaliste che ci hanno fatto credere che le galline in gabbia, presto sarebbero state liberate. Ed invece non siamo neanche in grado, nonostante l’obbligo entrato in vigore il primo gennaio, di adattarci al bluff delle gabbie arricchite. Quelle con la bacchetta di plastica, il separè e lo zerbino in gomma di pochi decimetri quadrati per razzolare.

© Copyright GeaPress – Tutti i diritti riservati

VEDI VIDEO: