galline ovaiole
GEAPRESS – Lo scorso dicembre il Ministero della Salute – Dipartimento della Sanità Pubblica Veterinaria ha risposto ad una raccomandazione del Food Veterinary Office (FVO) in merito alla cosiddetta “muta forzata” indotta alle galline ovaiole. In tal maniera si è data altresì risposta alle richieste di chiarimento pervenute.

La muta, ricorda lo stesso Ministero, è un evento stagionale durante il quale i volatili assumono meno alimento, non fanno più uova e sostituiscono il piumaggio. Finito il periodo, riprendono a produrre le uova peraltro di qualità superiore.

E’ interessante notare come lo stesso Ministero ha rilevato come per il FVO non si deve ricorrere alla muta indotta con tecniche che non  soddisfino la Direttiva europea “sulle norme minime per la protezione delle galline ovaiole” e quella sulla “protezione degli animali negli allevamenti”. Il Ministero, a tal proposito, rileva come il FVO è intervenuto al fine di “adottare azioni per proibire la pratica della muta forzata“. Dunque  cosa è una “muta non forzata” alla quale ci si dovrebbe attenre?

Per il Ministero la mutà si può indurre ricorrendo a metodi che simulano eventi naturali. Si sottolinea altresì come la muta indotta aumenta la “vita produttiva” della gallina ma, riferisce sempre l’Autorità nazionale, “negli allevamenti intensivi, però, accanto a detti vantaggi ci sono anche gli aspetti negativi“. Ad esempio quelli che “tradizionalmente” utilizzano pratiche vietate dalla normativa, quali sospensione dell’alimento (mangime/acqua) associato o no alla riduzione del fotoperiodo (rapporto tra ore di luce e di buio). Esisterebbero però “nuovi approcci che  permettono l’avvio del processo di muta senza prevedere la sospensione dell’alimentazione  (mangime/acqua) e/o altri interventi che non siano conformi alle disposizioni di legge...”.

Al fine di fornire una definizione terminolgica il Ministero spiega cosa debba intendersi per “muta forzata” e “muta non forzata”.

Muta forzata: muta indotta attraverso la totale sospensione di alimento (acqua/mangime) e/o  mancata applicazione dei programmi luce previsti dalle norme vigenti in materia di benessere  animale. Tale pratica è vietata“.

Muta non forzata: riposo produttivo indotto senza ricorrere alla sospensione totale della somministrazione di alimento (acqua/mangime) e nel rispetto dei programmi luce previsti dalle  norme vigenti in materia di benessere animale“.

A leggerla così sembrerebbe che nel primo caso non si mangia, nel secondo si mangia meno. Ad ogni modo nella “muta non forzata” gli allevatori devono garantire che “agli animali sia fornita un’alimentazione adatta e in quantità sufficiente a mantenerli in buona  salute ed a soddisfare le loro esigenze nutrizionali“. Dovranno inoltre lasciare l’acqua sempre a disposizione ed il periodo di luce non ridotto a meno di otto ore, non provocare una riduzione del peso corporeo superiore al 30% di quello pre-muta e da valutarsi sul peso medio di un campione di 25 galline per capannone. Sulla mortalità non “dovrebbe [?] superare in maniera significativa le normali variazioni di mortalità nel gruppo. Indici di mortalità superiori al 5% dovranno essere  giustificati dal veterinario aziendale“. Infine l’ultimo punto: “l’alimento sia somministrato in modo da non causare sofferenze e/o lesioni“.

Cosa vuol dire quel “non dovrebbe” a proposito della mortalità? A ogni modo l’allevatore che attua la “muta non forzata” dovrà darne comunicazione ai Servizi Veterinari anche se non appare essere indicata, nella nota ministeriale, l’obbligatorietà del controllo. Così, a tal proposito, viene riferito: “Questo consentirà [ndr. la comunicazione della muta non forzata] ai Servizi veterinari una tempestiva azione di controllo e verifica delle  disposizioni normative proprio durante il periodo di maggiore “stress, prevenendo quindi anche  eventuali maltrattamenti“. Ad ogni modo regioni e province autonome sono state “invitate” ad intensificare i controlli.

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