galline ovaiole
GEAPRESS – 1.074.450 (circa). E’ il numero di galline ovaiole e tacchini abbattutti o in fase di abbattimento a seguito del nuovo allarme influenza aviaria. Non l’unico, comunque. Più volte, negli ultimi anni, sono ricorsi allarmi aviaria in Italia. Si trattava, però, di virus a bassa patogenicità, ma la ricorrenza, oltre agli esiti di esami e ricerche specifiche di settore, hanno fatto presupporre al Ministero della Salute, che la presenza del virus potrebbe considerarsi ormai endemica  in alcune popolazioni di anatre selvatiche della Pianura Padana. Anzi, una recente circolare dello stesso Ministero, ha riferito di un virus a bassa patogenicità veicolato probabilmente da un’anatra selvatica in uno degli allevamenti ora coinvolti. Qui potrebbe poi essersi evoluto nella forma più aggressiva per gli stessi uccelli. Per l’uomo, riferisce sempre il Ministero, non ci sono pericoli.

Sulla questione si sono ora scatenate le polemiche degli animalisti che additano alle alte concentrazioni di animali negli allevamenti di tipo industriale una delle cause di probabile evoluzione del fenomeno. A prescindere da ciò lasciano a tal proposito un po’ perplessi alcuni usi mantenuti in Italia, fatto salve le aree individuate con gli allevamenti a rischio, anche dopo l’esplosione del nuovo caso. Senza voler rimarcare le note polemiche sul funzionamento della Sanità in Italia ma non potendo non considerare la pericolosità delle feci degli animali, come giudicare lo spargimento della pollina nei campi? Interdetto, dal Ministero, nel caso delle aree a rischio ma è pur vero che le feci, ovvero un mezzo noto di potenziale veicolazione, vengono da tempo sparse nei terreni. Incrociamo le dita e speriamo che mai siano infette, magari per un accidentale contatto con gli uccelli selvatici.

Sta di fatto che 1.074.450 animali perderanno la vita. Di questi 220.000 uccisi in forma preventiva. Non è stato riscontrato il virus ma in Veneto, più precisamente nella provincia di Rovigo, era stato supposto (sempre dal Ministero della Salute) un “contatto indiretto”. Dunque, in via preventiva, si uccide anche perchè i danni del settore potrebbero essere altissimi.

Secondo una prima stima, diffusa ieri dalla Regione Emilia Romagna, nelle aree di competenza i danni potrebbero ammontare a cinque – sei milioni di euro, ma a nome di alcune associazioni di categoria, nei giornali sono apparse cifre ben superiori. Allarme, pertanto, sia delle autorità locali dell’Emilia Romagna, ma anche del Veneto.

Secondo l’Emilia Romagna il comparto avicolo nella stessa regione sarebbe rappresentato da “circa 1100 allevatori, 600 milioni di euro di fatturato e 39 milioni di capi allevati tutti gli anni. A questi numeri occorre aggiungere circa 300 milioni di euro per i mangimifici, 900 milioni stimati per la lavorazione e la trasformazione e circa 1 miliardo per i trasporti e i servizi.

Gli occupati, nel settore, ammontano a circa 18 mila unità (6 mila filiera uova e 12 mila filiera carni). Una prima stima dei danni, considerando solo il valore dei capi abbattuti, si aggira intorno ai cinque-sei milioni di euro. Ma al conto vanno aggiunte anche le stime sulle uova, i mangimi e generale, sull’impatto economico delle misure restrittive“.

Alla luce dell’enormità delle spese di trasporto, verrebbe da preferire l’allevamento rurale, anche se qualche perplessità suscitano sempre i provvedimenti anti aviaria, sintetizzati nella titolazione del documento diffuso ieri come “Nessun pericolo per gli allevamenti rurali“. Questo il testo:   “Le autorità sanitarie precisano che per gli allevamenti avicoli rurali, ossia per chi possiede pollame (galline, anatre, oche e altri volatili) per consumo personale, non esistono pericoli che possano derivare dal consumo delle loro carni o uova. Le precauzioni da adottare sono necessarie per evitare il contatto con animali selvatici.

Per quanto riguarda la prevenzione della diffusione del virus, la raccomandazione che viene fatta, se si sospetta che sia comparsa la malattia (ad esempio la morte improvvisa e contemporanea di diversi animali), è di contattare il Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Ausl di riferimento, che provvederà ad effettuare gli accertamenti del caso”.

Chi controlla sulle precauzioni per evitare il contatto con agli animali selvatici in una tipologia di allevamento che, in quanto “rurale”, potrebbe indurre altri pensieri? E perchè solo una “raccomandazione” nel contattare l’ASL veterinaria nel caso di morte improvvisa degli animali?

Una cosa, però, sembra non generare dubbi, ovvero chi pagherà i danni. Questa la parte relativa al comunicato diffuso ieri dal Ministero della Salute: “Il ministro Lorenzin si è impegnata ad attivare procedure rapide per quanto riguarda l’indennizzo dei danni diretti ai focolai concordando con i ministri degli Affari Europei Enzo Moavero Milanesi e delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo interventi sulla Commissione europea per i danni subiti dagli allevamenti non colpiti dai focolai ma interessati dalle misure di restrizione”.

Il rappresentante della Commissione Europea, ha inoltre  confermato la disponibilità a garantire una rapida applicazione delle misure comunitarie che prevedono una percentuale di indennizzi.

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