GEAPRESS – Quanto attendibile può essere il recepimento italiano di una Direttiva europea? Se guardiamo alle disposizioni in tema di difesa degli animali (non molte, in verità) poco o nulla. Cacce in deroga, divieto di amputazioni di code e orecchie di cane e circolari difformi del Ministero della Salute, per non parlare delle povere galline ovaiole. Dal primo gennaio di quest’anno dovrebbe essere vietato allevarle nelle orrende gabbiette sovraffollate. Invece, ad oggi, si disattende allegramente. Questo nonostante altri paesi dell’Unione Europea hanno già da tempo sostenuto i costi di adeguamento e prima o poi faranno ricadere tutto il loro peso, in termini di potenza economica, sull’Italia.

In pochi lo hanno sottolineato. Praticamente nessuno in campo animalista. Ma dal primo gennaio dell’anno prossimo l’Italia dovrebbe adeguarsi alle disposizione della “Direttiva maiali”, ovvero le “norme minime per la protezione dei suini”. Di fatto uno dei più lampanti insuccessi delle presunte lobby animaliste che al Parlamento europeo, negli ultimi venti anni, hanno avanzato pretese di difesa degli animali. Ai maialini di pochi giorni è possibile amputare code e lacerare addomi per le sterilizzazioni. Il Decreto legislativo, voluto nell’estate del 2011, consente tutto questo. Nessuna opposizione, almeno in chiave politica, vi è stata al momento dell’approvazione della Direttiva n.120 del dicembre 2008.

Una vera e propria vivisezione che non è stata però opportunamente ostacolata e che ha avuto anch’essa, tanto per rimanere in tema di recenti polemiche, una sua legge comunitaria, ovvero quella del 2009. E’ passata liscia come l’olio, iperblindata dalle lobby di settore che ora, però, protestano.

Qualcosina, infatti, dovrebbero pur rispettare. Ad esempio, il divieto di stabulazione in gabbie individuali delle scrofe. Orrendi contenitori in gabbia metallica, che inscatolano le mamme dei futuri prosciutti. Misure ridicole se non offensive. Il benessere sarebbe assicurato, per scrofette (giovani femmine destinata alla riproduzione) e scrofe, se fecondate ed allevate in gruppo, in un metro e sessantaquattro centimetri quadrati e ben (…per modo di dire) due metri e venticinque centimetri quadrati. Appena il 10% in più di superficie se si tratta di allevamento in gruppo con meno di dieci animali. Superficie addirittura ridotta del 10% se trattasi, invece, di 40 o più animali.

Appena lo scorso aprile la Commissione ha sollecitato gli Stati membri a rispettare il termine del primo gennaio 2013. Al centro dell’interessamento non c’è il maiale, ma il consumatore e la produzione. Per dirla con le parole del Commissario alla Salute, il maltese John Dalli “i consumatori europei sono molto esigenti quando si tratta di qualità dei prodotti alimentari, mentre gli agricoltori chiedono a gran voce condizioni eque di concorrenza“. Ovvero, bisogna adeguarsi per evitare che alcuni Stati vengano favoriti dai prezzi più bassi imposti dal mancato adeguamento. In sostanza se l’Italia non si adegua, arrivano poi i provvedimenti disciplinari che, però, pagano tutti i cittadini. Le lobby, ancora una volta, sono salve. Nel comunicato di Dalli, datato 26 aprile, c’è un passo oltremodo significativo. “Gli Stati membri hanno avuto dodici anni [ndr. la prima disposizione è di molto antecedente a quella del 2008] per attuare le disposizioni della Direttiva e la Commissione farà uso di tutti i poteri giuridici a sua disposizione per intervenire contro gli Stati membri che non rispetteranno le norme in materia di stabulazione delle scrofe.” Più chiaro di così, non poteva essere. Avete avuto tanto tempo, intendeva dire il Commissario, per cui non rompete le scatole o pagate.

Tre Stati sono già in regola. Regno Unito, Lussemburgo e Svezia. In sedici lo saranno il prossimo primo gennaio. E l’Italia? Da i numeri!

Secondo le associazioni di categoria sarà di 700 euro a suino la spesa che gli allevatori dovranno affrontare. Questo perché, riferisce il centro ricerche filiere suine, l’Italia è arrivata tardi ad adeguarsi alle misure imposte dall’Europa. Secondo l’Associazione Nazionale Allevatori Suini (ANAS) le norme sul benessere ma anche quelle relative agli inquinanti (Direttiva Nitrati), potrebbero causare, a livello europeo, l’azzeramento del deficit produttivo che ha consentito finora all’Europa di potere esportare. Ed allora cosa si fa? Si chiede al Governo italiano una prima proroga di 36 mesi a partire dal primo gennaio 2012. Direttiva ovaiole (e molte altre ancora) insegna.

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