GEAPRESS – Ieri un comunicato dell’europarlamentare Andrea Zanoni (vedi articolo GeaPress) ha destato l’attenzione sulla nuova strategia relativa al benessere degli animali. L’Europa ha pronto, infatti, un piano che dovrà gestire le questioni sul benessere animale dal 2012 al 2015, che però, spiega l’On.le Zanoni, fa acqua da tutte le parti. Troppa attenzione per gli animali d’allevamento, anzi troppa attenzione per gli interessi economici generati dagli allevamenti. Assenza di strategia, invece, per gli animali d’affezione (vedi perreras spagnole e cani romeni) e totale sordità per quelli selvatici. Nullo, o quasi, l’interesse per i pesci allevati e i metodi di uccisione.

Abbiamo spulciato il nuovo piano, il quale conferma tutte le criticità avanzate dall’eurodeputato italiano da sempre molto attento ai problemi degli animali e dell’ambiente in generale.

Almeno una cosa, però, la Commissione sembra aver capito. Esistono numerose direttive, ma scoordinate tra loro. Manca, cioè, un quadro superiore che consideri al centro del suo intervento proprio il benessere degli animali. Direttive ovaiole, maiali, trasporti ed altre similari, che trattano il benessere degli animali come cornice di presentabilità. In realtà relegano l’argomento all’interno di spazi del tutto secondari per non dire fuorvianti. L’esempio più clamoroso è forse la Direttiva sulla sperimentazione animale dello scorso 8 settembre 2010. A leggere le indicazioni del nuovo piano sembra che si occupi di benessere. Poi, in realtà, autorizza tutte le peggiori mostruosità.

Tutto sugli allevamenti, dicevamo, ma le sorprese vanno ben oltre.

Nella comunicazione della Commissione europea al Parlamento sulla strategia della UE sul benessere animale 2012-2015, si legge infatti come l’Europa ha destinato al benessere animale circa 70 milioni di euro l’anno. Viene da chiedersi dove siano finiti tutti questi soldi. Fosse solo perché nella stessa relazione è possibile leggere dell’alta sensibilità del cittadino europeo nei confronti dei problemi degli animali.

I soldi sono andati agli … allevatori (!) i quali avrebbero pure aumentato del 2% i costi del maggiore benessere. Non si tratta di un piccola percentuale dei 70 milioni di euro. Bensì il 71% erogato agli allevatori dal Fondo agricolo europeo per lo sviluppo rurale. Rimane ancora un buon 29%, destinato all’elaborazione delle politiche di ricerca, studi economici, comunicazione, istruzione, formazione, questioni internazionali, applicazione delle normative, ecc.

Applicazione delle normative? Ma quali? Forse quelle di riconversione degli allevamenti intensivi di ovaiole che vedono l’Italia già inadempiente rispetto alle migliorie che dovevano essere operative dall’inizio del 2012? Non siamo soli; con noi ci sono anche Ungheria, Lettonia, Spagna, Grecia, Belgio, Bulgaria, Cipro, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia e Paesi Bassi. Solo che almeno sette di questi paesi sono entrati più di recente nell’Unione Europea. In alcuni casi, come Romania e Bulgaria, nel 2007. Hanno avuto, cioè, meno tempo rispetto all’Italia per adeguarsi rispetto ad una Direttiva datata 1999. E che dire del divieto di mantenere le gabbie di gestazione dei suini oltre le quattro settimane di vita, che entrerà in vigore il prossimo anno? Come si comporterà l’Europa nei confronti delle evidenti difformità applicative che sono ora emerse per le ovaiole?

Sorprende, inoltre, come nella stessa relazione la Commissione riferisce che in Europa non esiste una normativa sul benessere degli animali da compagnia. Veramente eravamo tutti convinti che la Direttiva ci fosse, ovvero quella famosa sul divieto di taglio di code, orecchie e corde vocali. E i giardini zoologici? Qui la Direttiva c’è. La Commissione se ne è accorta anche se, oltre ai dettami del benessere (tutti da verificare) precisa che trattasi di conservazione delle specie, ovvero il cavallo di battaglia (è proprio il caso di dirlo) dell’industria zoo. Un’attività produttiva, insomma.

Ad ogni modo, nella stessa relazione, la Commissione non solo ammette che la Direttiva zoo (come quella allevamenti) contiene disposizioni troppo generali per produrre effetti concreti, ma scrive anche di non sapere quanti animali vi sono nei giardini zoologici europei (sic!). Avete inteso? Come se si trattasse di andare a censire gli acari della pelle di tutti gli europei.

In compenso la Commissione snocciola i miliardi di animali allevati per il reddito dell’uomo. Anzi, a proposito di questi ultimi (… tanto per cambiare), viene nuovamente ribadito come la maggior parte del bilancio UE per il benessere degli animali è in effetti destinato agli agricoltori nel quadro dei programmi di sviluppo rurale. Cosa succede allora in tempi di ristrettezze economiche? Semplice. Se gli allevatori sono i tutori del benessere, occorrerà garantire un maggiore coordinamento per razionalizzare gli interventi e ottimizzare i risultati.

Il benessere degli animali, conclude la Commissione, interessa anche i consumatori. I prodotti di origine animale, sempre secondo la Commissione, sono in particolar modo utilizzati nel contesto della produzione alimentare e i consumatori si preoccupano del trattamento riservato agli animali.

Viene a questo punto da chiedersi se è una fortuna o uno svantaggio che la fauna selvatica, di gran lunga numericamente più elevata degli animali allevati, non sia considerata un … prodotto!

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