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GEAPRESS – Saranno soppressi oggi, secondo quanto diffuso da CIWF Italia, decine di migliaia di tacchini di un allevamento in provincia di Rovigo ove sono stati riscontrati dei casi di influenza aviaria H5N8.   In 3 giorni 1200 dei circa 32000 tacchini sarebbero morti per l’influenza. Oggi gli animali dell’allevamento saranno abbattuti e la Regione Veneto ha già fatto sapere che misure precauzionali saranno applicate nelle zone limitrofe per evitare la diffusione del virus. Si tratta di un ceppo apparso in estremo oriente ed diffusosi in Europa ancor prima del caso italiano.

Altri casi di influenza aviaria H5N8 sono stati infatti registrati negli ultimi mesi in Olanda, Gran Bretagna e Germania. Nonostante non siano state acclarate con certezza le cause dell’epidemia, secondo CIWF Italia Onlus gli allevamenti intensivi, in cui gli animali sono tenuti ad altissime densità in condizioni che favoriscono l’immunodepressione, potrebbero diventare l’ambiente ideale per la diffusione del virus.

Ad affermalo sarebbe anche la Task Force scientifica per l’influenza aviaria e gli uccelli selvatici, composta da organizzazioni come Bird Life International, la FAO e il Royal Veterinary College, in una recente dichiarazione: “Le epidemie di influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI) sono più frequentemente associate con la produzione intensiva di pollame domestico e i canali commerciali a questa abbinati.

Ad avviso di CIWF Italia “anche se l’origine del contagio da parte degli uccelli selvatici non è da escludere, non può però essere considerato la causa principale della diffusione del virus. Infatti, bassi livelli di influenza aviaria sono naturalmente presenti negli uccelli selvatici, ma la diffusione su larga scala viene in un certo modo limitata grazie al loro migliore sistema immunitario e alle migliori condizioni degli ambienti in cui vivono, in cui non sono, differentemente dai volatili allevati intensivamente, ammassati gli uni sugli altri a densità altissime“.

Secondo CIWF Italia il problema sembra nascere quando il virus entra nei sovraffollati allevamenti intensivi. “Impostare il problema in modo scorretto – conclude l’associazione – non riconoscendo una delle cause predominanti della diffusione, impedirà di tenere sotto controllo l’epidemia e allontanerà sempre di più dall’identificazione di un sistema che consenta di produrre cibo in maniera sostenibile“.

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