GEAPRESS – Se gli animali stanno bene, producono molto di più. Un assioma, un po’ per tutti quei settori che si occupano di sfruttamento animale (dai circhi, agli zoo, passando per allevamenti e finanche vivisettori). Il perentorio detto, è ora apparso tra gli atti del “corso di formazione per allevatori” in corso di svolgimento a Capua ed organizzato dall’Associazione Regionale Allevatori della Campania in collaborazione con l’ASL di Caserta e l’Assessorato Agricoltura della Regione Campania.

Più esattamente, nella documentazione del corso, viene riferito (ovviamente come iniziale punto da dibattere) che al buono stato di benessere, corrispondono sempre e comunque ottime performance produttive. Nel corso dell’iniziativa, veniva altresì riportato il caso di un gruppo di bovine ad alta produzione, alle quali si associava una maggiore incidenza di patologie. Problematiche sia metaboliche che riproduttive, ma che nel complesso portavano ad una seconda lattazione quantitativamente inferiore alla prima. Quale è la soluzione che prospetta l’allevatore? Quando non esitano nella morte, le patologie costringono al macello.

In sostanza, nel corso dei lavori, i relatori hanno cercato di apportare elementi diversi sulla valutazione del benessere. No bisogna basarsi, cioè, esclusivamente sulla supposta equivalenza con l’alta produttività.

Nottetempo, però, nei pressi del luogo di svolgimento dei lavori è apparso una striscione. “L’animale va liberato non allevato“. La presenza del messaggio affisso, è stata fatta rilevare dal gruppo “Veg in Campania”. Secondo il gruppo, comunque si veda la questione, il benessere animale diviene una sorta di valore aggiunto per la filiera alimentare, dimenticando come in realtà trattasi di un inganno per gli animali destinati al macello.

Sempre agli atti del corso di formazione, veniva a tal proposito riportata la frase di un Veterinario inglese, noto per i temi dibattuti sul benessere negli allevamenti. Secondo J. Webster (questo il nome del Veterinario) tra gli uomini e gli animali si è stabilito una sorta di contratto sociale in cui le diversi parti hanno responsabilità le une verso le altre. Gli animali, sostiene Webster, in cambio dei loro prodotti ricevono un ricovero e una alimentazione adeguata alle loro necessità.

Ma chi ha scelto e firmato questo contratto? Secondo il dott. Enrico Moriconi, Presidente dell’Associazione Veterinari per i Diritti degli Animali, contattato stamani da GeaPress, il rapporto descritto da Webster è reale. L’uomo fornisce cibo e l’animale fornisce un prodotto. Il tutto, però, nell’ambito di un rapporto utilitaristico imposto dall’uomo. E’ lui che costringe ad un contratto non scritto e non firmato. Del resto, dice il dott. Moriconi, l’uomo continua a fornire cibo se l’animale non produce più?

Una vicenda complessa che entra addirittura nelle diatribe filosofiche dello stesso animalismo. Impegnarsi per trattarli meglio oppure per abolire del tutto? Per il gruppo “Veg in Campania” non ci sono dubbi. Per loro trattasi di un vero e proprio “inganno per ripulire le coscienze di chi alleva e di chi mangia altri esseri viventi“. Gli allevatori, cioè, considerano gli animali come capi di bestiame, ovvero un mezzo per produrre profitto. Sta di fatto che a “fine carriera” (parole usate da una relatrice) il destino voluto dall’uomo per questi animali è comunque la macellazione.

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