GEAPRESS – Il virus riscontrato è di quelli a bassa patogenicità, altresì definito nella forma benigna per l’evoluzione che in genere avviene nei volatili. La preoccupazione risiede, però, nella spiccata mutagenicità dei vari ceppi ormai selezionati.

La presenza in Basilicata, da pochi giorni confermata dal Centro di Referenza Nazionale dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, è stata riscontrata in due allevamenti rurali di Noepoli, in provincia di Potenza. I due allevamenti sono stati isolati e tutti gli uccelli (75 tra polli e tacchini, oltre che 36 gallive ovaiole) sono stati abbattuti. Oltre un raggio di un chilometro attorno ai focolai, non sono stati riscontrati altri contagi.

Le forme benigne dell’influenza aviaria, salvo complicazioni da infezioni batteriche, si concludono in genere con la completa guarigione, ma il pericolo sanitario ed economico determina l’intervento di eradicazione, previsto nei protocolli veterinari.

Altri casi di influenza aviaria attribuibili allo stesso ceppo ora riscontrato in Basilicata (LPAI H7) vennero individuati nel 2009 in due allevamenti di Umbria e Lazio. Anche in questo caso si è provveduto all’eradicazione, ovvero all’abbattimento di tutti i volatili.

La pericolosità di tutti i ceppi di aviaria, risiede nell’alta mutagenicità del virus. Finora la forma più aggressiva, il famoso H5N1, risulta aver fatto il cosiddetto “salto di specie”, ovvero dagli uccelli all’uomo, ma non si è ancora ricombinato con virus influenzali più tipicamente umani. In tal caso avverrebbe il contagio diretto uomo-uomo. E’ questa l’ipotesi più pericolosa che ha determinato, in seno all’Organizzazione Mondiale della Sanità, un protocollo di interventi preventivo. Uno dei pochissimi casi, se non forse l’unico, mai adottato per vastità e complessità. Preoccupa (tanto per rimanere in luoghi a noi vicini) lo stato di prevenzione esistente in Egitto, dove sono ormai segnalati più casi di “salto di specie”, mentre la presenza dell’H5N1 è stata confermata negli ultimi anni anche in Bulgaria. Per l’Italia, invece, ci furono i casi degli uccelli selvatici, riscontrati nel 2006. Alcune persone che vennero in contatto con questi animali, furono sottoposte a quarantena.

Alla base dei protocolli sanitari andrebbero ridotte al minimo le possibilità di contatto tra uccelli selvatici e domestici. Forse non è un caso che in Basilicata l’infezione sia stata riscontrata proprio in due allevamenti di tipo rurale. Un problema, questo, non solo per gli allevamenti (specie se all’aria aperta) ma anche per gli zoo ed i mercati di fauna selvatica. Basta ricordare, oltre al problema rappresentato dalla stessa attività venatoria, la cattura di centinaia di migliaiai di uccelli selvatici vivi che ogni anno avviene nel nostro paese. Tali animali vengono sempre portati in condizioni di promiscuità con quelli domestici, oltre che con lo stesso ambiente nel quale vive l’uomo. Tali catture, incredibilmente autorizzate da alcune Regioni (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna), avvengono altrove in maniera diffusa e del tutto illegale. In Italia, poi, vi sono veri e propri mercati che, alla luce del sole, vendono settimanalmente migliaiai di uccellini selvatici. Sant’Erasmo a Napoli e Ballarò per la città di Palermo. 

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