GEAPRESS – Alla base delle gravi risultanze scaturite dall’indagine del Comando Stazione del Corpo Forestale di Ruvo (BA) coadiuvato dal Nucleo Investigativo Forestale di Lecce e coordinati dal Comando Provinciale, c’è forse la possibilità prevista dalla legge di poter lavorare, presso la stessa ditta, gli scarti di macellazione relativi a due diverse produzioni: rifiuti e mangimi.

Sta di fatto che nel 2010, a seguito di verifiche sulle autorizzazioni e sulla presenza di odori molesti, scattò il sequestro degli stabilimenti di Trani della ditta I.DA.PRO, con sede legale ad Andria. Il provvedimento venne disposto dal Procuratore della Repubblica di Trani, dott Carlo Maria Capristo, a seguito delle indagini dirette dal Sostituto Procuratore della Repubblica dott. Antonio Savasta. L’impianto venne poi condotto in amministrazione giudiziaria dall’ASL BAT di Trani.

Oggi la notifica di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di 68 indagati e due aziende nell’occhio del ciclone e con un giro di affari di 3.300.000 euro nel periodo maggio-ottobre 2009. Oltre alla I.DA.PRO, anche la F.lli Cavaliere srl, due aziende leader in sud Italia nel campo della raccolta e trasformazione dei sottoprodotti di origine animale e successiva commercializzazione delle materie prime derivanti.

In pratica, si trattava di un procedimento abilitato alla lavorazione di due differenti linee di sottoprodotti di origine animale (SOA). La categoria 1, finalizzata alla produzione di rifiuti speciali con l’onere della distruzione. Tale impianto dovrebbe lavorare solo animali morti per cause diverse dalla macellazione e materiali a rischio in quanto ad alto contenuto infettivo rispetto alla BSE (crani, intestini etc …). La categoria 3, finalizzata alla produzione di grasso fuso (colato) utile sia per la produzione di mangimi per polli, che di farine animali (cibo per cani e prodotti fertilizzanti in modo particolare per agricoltura biologica). La legge prevede che le due linee devono essere asetticamente separate. Tale separazione, stante le accuse dalle quali ora si dovranno difendere gli indagati, era solo nei documenti. In realtà vi sarebbe stata la più totale promiscuità, non solo nell’azienda, ma già al momento del conferimento. Anche questo, riferiscono gli inquirenti, grazie a documenti falsi e scelte irresponsabili di risparmio sui trasporti.

Per tale motivo, tra i coinvolti nell’indagine, risultano i responsabili sia di impianti di transito con sede in provincia di Foggia (Bovino), Brindisi (Francavilla Fontana) Lecce ( San Pietro di Lama e Silvi Marina), che di ben cinque macelli ove, con mezzi delle due ditte oggetto di indagine, venivano giornalmente prelevati i resti della macellazione. Si tratta in due casi di macelli con sede a Foggia, poi a Fasano (BR) e, in provincia di Bari, a Noicattaro e Conversano. Secondo l’accusa erano carichi promiscui scortati da documentazione falsa e che sarebbero poi stati cotti e centrifugati tutti all’interno della linea di lavorazione in realtà adibita solo ai SOA di categoria 3, ovvero quelli commerciabili. Il vizio, ovvero la miscelazione dei due sottoprodotti, sarebbe stato rilevato già alla fonte ed avrebbe coinvolto nell’indagine ben 13 veterinari per i quali si ipotizza il reato di omissione di atti d’ufficio.

Il reperimento dei sottoprodotti era poi reso possibile grazie a convenzioni stipulate con allevatori della Puglia e del Molise. Il tutto per un introito annuo pari ad un milione di euro. Tra gli animali morti e poi così trattati, anche quelli abbattuti per zoonosi oltre che per la presenza di diossina. Nel solo periodo di indagine ben 3200 tonnellate di grasso colato prodotto per allevamenti di polli del centro e nord Italia, oltre che per l’Albania e la Spagna. Particolare sconfortante. Gli unici ad accorgersi della cattiva qualità del prodotto, sono stati gli allevamenti spagnoli!

In tutto 29 aziende italiane ed estere che avrebbero acquistato in buona fede il prodotto in realtà costituito da una miscela di SOA categoria 3 con il pericoloso SOA di categoria 1. Grassi animali di categoria 1 sono così finiti a Fermo ed a Modena, ma ben 5000 tonnellate di farine animali sono invece state consegnate ad aziende del sud Italia. Niente, rispetto all’enormità di quelle inviate in Vietnam per uso, dicono gli inquirenti, dubbio.

Particolare poi il caso di due aziende in provincia di Napoli che evidentemente rimarcano ancora una volta una certa vocazione dei luoghi per lo smaltimento dei rifiuti. Tre tonnellate di animali morti e documentati come sottoprodotti ma in realtà rifiuti da smaltire. A Napoli sono stati fatti letteralmente sparire. Notevole anche la presunta fatturazione falsificata che vedrebbe coinvolti numerosi soggetti oltre che centinaia di migliaia di euro.

Le ipotesi di reato ora contestate riguardano l’associazione per delinquere (art. 416 C.P.) finalizzata al compimento di diversi reati che vanno dall’attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti (art. 260 D.L.vo n° 152/06 e succ. mod.), falso ideologico (art. 483 C.P.), frode in commercio (art. 515 C.P.), truffa aggravata (art. 640 C.P.), emissione di fatture a fronte di operazioni inesistenti sino alla dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture per operazioni inesistenti (artt. 2 e 8 del D.L.vo n° 74/2000) oltre al reato di omissione in atti d’ufficio (art. 328 C.P.) a carico di numerosi veterinari ufficiali in servizio presso vari macelli che, reiteratamente, hanno permesso l’innesco delle condotte illecite accertate.

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